Esce in
questi giorni, a cura della casa editrice “Settimo Sigillo” di
Roma, “Il falco e il leone”, ultimo saggio del ricercatore
storico Vincenzo Maria de Luca, da anni attento e appassionato
interprete dei tragici avvenimenti che sconvolsero i nostri
confini nord-orientali durante e dopo il secondo conflitto
mondiale.
Le
foibe, l’esodo di centinaia di migliaia di italiani
giuliano-dalmati e le mutilazioni territoriali successive all’8
settembre 1943, seppellirono per sempre l’italianità della
Venezia Giulia, rivelando per la prima volta al mondo il vero
volto dell’espansionismo totalitarista stalinista e anticipando
di fatto l’avvento della “guerra fredda” che di lì a poco
avrebbe diviso l’intero pianeta in due blocchi ideologici
contrapposti.
Vincenzo Maria de Luca, medico di professione ma saggista
storico per passione, è una figura decisamente anomala nel
contesto della ricerca storiografica nazionale in quanto, non
appartenendo a consessi accademici ufficiali, da oltre quindici
anni assembla i suoi lavori soggiornando periodicamente a
Trieste, Gorizia e in Slovenia dove raccoglie in prima persona
documentazioni e testimonianze direttamente dai protagonisti,
indipendentemente dalla loro nazionalità e fede politica.
Numerose le sue conferenze in tutta Italia, specialmente in
occasione del “Giorno del Ricordo” del 10 febbraio, istituito
con la legge 92 del marzo 2004, come pure le accese discussioni
e le contestazioni non solo verbali da parte del mondo
intellettuale antifascista e della ricerca storiografica
filo-slava che da tempo ha sprezzantemente etichettato l’impegno
anti-comunista dei libri di de Luca come “revisionista”. Un
episodio su tutti, quello dello scorso maggio 2008 dove i
collettivi studenteschi anti-fascisti gli impedirono di parlare
alla facoltà di Lettere della Università “La Sapienza” di Roma,
nell’ambito di un convegno al quale era stato invitato a parlare
sulle foibe dagli altri studenti dell’ateneo.
“Il
falco e il leone”, sottotitolo “soldati italiani al confine
orientale 1941-1943”, è un interessante approfondimento delle
tematiche legate alla frontiera orientale italiana durante la
Seconda Guerra mondiale, con particolare riguardo agli anni
1941-1943.
Il
difficile rapporto fra italiani e tedeschi, italiani e serbi e
soprattutto tra italiani e croati viene analizzato con
puntualità e senza prevenzioni di parte attraverso i molti
documenti ritrovati e riportati dall’Autore. Attraverso questa
lettura viene alla luce l’impossibilità di un rapporto sereno
tra le varie componenti etniche presenti su questo scenario di
guerra.
Volendo suddividere in due parti distinte “Il falco e il leone”,
nei primi capitoli l’autore dimostra su ampia base documentale,
l’infondatezza della tesi che le foibe furono una inevitabile
risposta all’aggressione fascista della Jugoslavia che, al
contrario, era già alleata della Germania e dell’Italia e che
tradendo tale alleanza si espose consapevolmente alla reazione
di Hitler.
La
seconda parte del libro è doverosamente dedicata ai militari
italiani che si ritrovarono coinvolti in Jugoslavia in una faida
interetnica dai sinistri contorni tribali che esulava da
qualsiasi contesto di guerra sino ad allora conosciuto.
Si
combatté in Jugoslavia la prima guerra non convenzionale della
storia moderna, con tutto il corredo di atrocità che questa
comportava e che tutti indistintamente accomunò: vincitori e
vinti, nessuno escluso.
Sempre per la “Settimo
Sigillo” di Roma e sul medesimo tema, Vincenzo Maria de Luca ha
pubblicato: “Foibe. Una tragedia annunciata” (2001), “Venezia
Giulia 1943” (2004) e “La memoria non condivisa” (2007).
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