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E’ una storia lunga,
triste e meravigliosa quella che Lucia Bellaspiga,
giornalista de L’Avvenire e Margherita Coletta, vedova di
Giuseppe, il “vicebrigadiere dei bambini”, ucciso a
Nasiriyah insieme a 18 commilitoni del contingente italiano
cinque anni fa, raccontano nel libro “Il seme di Nasiriyah”
( Ediz. Ancona, 12 euro).
Una splendida storia d’amore, il dramma della guerra, le
attese di una moglie fino a quel 12 novembre quando la casa
di San Vitaliano, vicino a Napoli, si affolla di gente
perché Giuseppe non sarebbe più tornato.
E quella frase che Margherita, stringendo la figlia Maria di
due anni, dirà: “Se amate quelli che vi amano che merito
avete? Amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori”.
Giuseppe con i suoi 18 compagni atterra a Ciampino chiuso in
una bara, avvolto dal tricolore. Funerali di Stato per
diciannove eroi da celebrare solennemente e dimenticare
velocemente. Giuseppe Coletta lo
chiamavano “il vicebrigadiere dei bambini” perché la sua
missione di pace era anche quella di andare all’ospedale
pediatrico di Nasiriyah dopo il turno di lavoro, ad aiutare
i medici e portare caramelle e giocattoli ai bimbi a cui la
guerra aveva tolto il sorriso.
Lui si inventava di tutto per far ridere i piccoli storpiati
dalle bombe, accanto a sé c’era sempre Paolo, il bimbo di
quasi sei anni, suo figlio, al quale anni prima era stato
diagnosticato un tumore. Paolo se ne andò dopo sei mesi di
sofferenza.
Giuseppe dopo i funerali prende i giochi e i vestiti di
Paolo e li porta in un orfanotrofio a Napoli, ma il suo
pensiero non lascerà mai il reparto di “oncologia
pediatrica” dove il suo bimbo e tanti altri hanno lottato
contro un male troppo grande per loro.
Aveva un bisogno estremo di portare aiuto a quei piccoli
innocenti che pagano le conseguenze di conflitti inutili.
Comincerà dall’Albania, poi la Bosnia e il Kossovo.
Infine Nasiriyah: era partito nel luglio del 2003, sarebbe
dovuto rientrare l’otto novembre, quattro giorni prima della
strage, per ritirare un premio. Ma Giuseppe rimane in Iraq
perché non vuole lasciare i bambini nell’ultima settimana di
missione.
Quando telefonava a casa, si sfogava con la moglie ” Non è
accettabile che bambini sani mi muoiano tra le braccia solo
perché qui gli ospedali sono così poveri, perché manca
un’incubatrice o il cibo per nutrirli”.
La moglie lo ascoltava e poi si dava da fare per spedire
quello che poteva, soluzioni fisiologiche, latte in polvere,
giocattoli. Dirà Margherita: “Credevo di aver già dato
abbastanza al Signore. Pensavo non mi avrebbe più chiesto
altro dopo la morte di Paolo, ma non funziona così… “.
Margherita accetta anche la morte del marito senza
sprofondare nella disperazione, sorretta da una fede più
dirompente dei 300 chili di tritolo: ” Non ci siamo divisi.
Giuseppe è salito in cielo da Paolo e io sono rimasta qui
con Maria, ma un giorno saremo di nuovo tutti insieme”.
Dopo la morte di Giuseppe, all’ospedale pediatrico di
Nasiriyah arrivano tre incubatrici spediti dall’associazione
” Margherita e Giuseppe Coletta”. E’ nell’associazione che
la vedova ha investito il risarcimento concesso dallo Stato
per l’uccisione di Giuseppe ed è all’associazione che andrà
l’incasso delle vendita del libro “Il seme di Nasiriyah”.
In fondo Margherita sta solo continuando l’opera che aveva
iniziato il marito. Grazie a loro, tanti bambini oggi sono
vivi e possono sorridere, tanti malati sono stati curati,
tante sofferenze lenite. Ogni tanto qualcuno ci chiede
perché mettiamo tanta “passione” nella critica alla Casta
dei politici, tanta “rabbia” nel denunciare lo squallore di
tanti meschini egoismi.
La risposta sta in queste due stupende e umili figure che
rappresentano il nostro popolo migliore, una coppia unita,
oltre la morte, nel fare del bene.
C’e’ chi rinuncia all’indennizzo per aiutare i bambini
iracheni, c’e’ chi pretende privilegi, c’e’ chi pensa agli
altri pur nella sofferenza, chi solo a se stesso nel lusso,
c’e’ qualche infame che urla “10,100,1000 Nasiriyah” e vive
la sua putrida vita di odio e chi ama il proprio popolo fino
al sacrificio estremo, chi disprezza i meridionali e chi ama
l’Italia unita dal cuore e dal sacrificio della vita.
Noi sappiamo da che parte stare e non ci spostiamo di un
millimetro.
15 Novembre 2008
Destra di Popolo
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