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Lorenzo Cuocolo, docente
di diritto costituzionale alla Bocconi di Milano, uno dei
massimi esperti in materia e non legato a carri politici, ha
commentato: “Il governo non ha varato un nuovo regolamento
elettorale, ha lasciato in vigore l’esistente, ma spiegando
come va interpretato. In realtà è un trucco: questi decreti
si usano per nascondere innovazioni. Si parla di norme
interpretative solo se ci sono contrasti precedenti, cioè se
la norma precedente è ambigua e si presta a interpretazioni.
Ma in questo caso la norma era chiara, quindi il decreto è
una forzatura”.
D’altronde il principio per cui si possono sanare le mere
irregolarità formali era già presente nell’ordinamento e non
a caso abbiamo sempre sostenuto che il caso di Milano si
sarebbe risolto positivamente, come quello del listino
Polverini a Roma, attraverso i normali ricorsi. Sarebbe
bastato attendere 48 ore e si sarebbe evitata la figura da
trucidi che è stata fatta. Altro caso quello della lista del
Pdl a Roma: non essendo stata presentata, impossibile
sanarne gli errori.
E si è allora ricorsi alla patetica storia del “basta
essere presenti nel Palazzo del tribunale” e si riaprono i
termini di presentazione.
L’unico dato di fatto certo è che il delegato del Pdl si era
presentato 40 minuti dopo l’ora fissata e ormai i termini
erano scaduti.
Se il Pdl credesse veramente alla favola “ci è stato
impedito fisicamente di presentare la lista”, avrebbe dovuto
semplicemente attendere la relazione delle forze dell’ordine
(il ministro degli interni è pure Maroni) e avrebbe visti
riconosciuti i propri diritti.
Dato che così non è, ha dovuto giocare la carta truccate del
decreto interpretativo.
Se con il pasticcio delle liste il Pdl ha perso il 3% di
consensi in una settimana, col decreto (contrari il 67%
degli italiani), ha perso pure la faccia.
Una destra seria come avrebbe dovuto comportarsi?
In primo luogo, le liste dovevano essere preparate e
sottoposte al voto degli organismi interni almeno una
settimana prima dalla presentazione: una volta approvate,
nessun capobastone avrebbe più cercato di correggerle
all’ultimo minuto, togliendo qua e aggiungendo là, come al
mercato delle vacche.
In secondo luogo delegare alla consegna persone serie e
presentare le liste almeno 24 ore prima della scadenza dei
termini, in modo da affrontare le successive integrazioni
formali eventualmente richieste con un giorno di margine.
In ogni caso, con una emergenza ormai verificatasi come
quella di Roma, un leader di destra o accettava la legittima
esclusione, ci metteva la faccia sui media e chiedeva scusa
al proprio elettorato o seguiva un’altra strada.
Prendeva il telefono, chiamava i leader dell’opposizione,
spiegava loro il fatto e trattandosi di un incidente che
potrebbe un domani capitare ad altri si rimetteva al loro
buonsenso per cercare una via d’uscita concordata: “abbiamo
sbagliamo, ma se volete trovare una soluzione che permetta
di vincere sul campo e non a tavolino. ve lo riconosceremo
davanti agli italiani”. Un uomo di destra affronta le
situazioni con umiltà, non usa l’arroganza del potere, sa
perdere dalla parte giusta, non cerca di vincere dalla parte
sbagliata.
Una destra vera è legalità e rispetto delle leggi e delle
istituzioni dello Stato, non un comitato di affari o un
consiglio di amministrazione aziendale.
Una destra vera non fa leggi ad personam o ad listam, e
quando sbaglia lo ammette e paga di persona, non si inventa
cavilli e scappatoie da vili.
Ultima osservazione dedicata a coloro che lamentano il fatto
che “una parte degli italiani sarebbe rimasta priva di
rappresentanza” senza il ripescaggio della lista del Pdl.
Ma quanti sono gli italiani che avete privato della
rappresentanza quando, insieme al Pd, avete inciuciato
quella schifosa norma del blocco al 3% per poter essere
rappresentati in parlamento?
Quanti italiani, a botte di 2,9% ciascuno, avete emarginato
dalla vita politica per dividervi le poltrone?
Quante gente non vota neanche più perché non si sente
rappresentata dalle due maggiori coalizioni?
Alle prossime regionali si parla di un 40% di italiani che
non voteranno: rappresentano il vero maggiore partito
italiano, quello degli incazzati.
Una destra vera, sociale e nazionale, non emargina il
popolo, lo coinvolge nelle scelte democratiche, tutela le
minoranze, non le schiaccia, ha rispetto delle leggi, non se
ne fotte. Un uomo di destra sa vincere sul campo, non cerca
di corrompere l’arbitro.
E quando perde una partita vuole uscire dal campo a testa
alta, tra gli applausi dei suoi sostenitori e il rispetto
degli avversari, cosciente di aver onorato la maglia.
Non scappare di corsa negli spogliatoi tra i fischi, come
chi ha rubato la partita.
8 Marzo 2010
Destra di Popolo
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