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Per chi ha deciso di non mandare... il cervello all' ammasso

 

Riceviamo e pubblichiamo l'articolo di Daniele Lembo

 
 

QUELLA SERA AVREI PIANTO VOLENTIERI

Fratelli d'Italia, il Canto degli italiani può piacere o non piacere, ma siete sicuri di conoscerlo per davvero?

 

Qualche anno fa, la nazionale di calcio italiana vinse il campionato mondiale, dopo una sofferta finale contro la Francia. La partita, ricordo che fu nostra solo dopo i tiri di rigore finali. Non mi intendo molto di calcio, anzi non me ne intendo affatto, ma un incontro vinto grazie ai calci di rigore non mi sembrò fosse una gran bella vittoria, anche perché non dimostrava una netta supremazia sull’avversario. Mi sembrò, in sostanza, una sorta di pareggio morale.

Evidentemente, fui l’unico a pensarla così. I miei figli mi costrinsero a scendere in strada a festeggiare assieme ad una torma di dannati,  che sembravano avessero vinto la guerra. Gli italiani tutti sembravano impazziti, in testa a questi, addirittura un Presidente del Consiglio  che profetizzava che quella vittoria ci avrebbe fruttato un innalzamento del PIL di un punto percentuale. Il bello è che molti ci credettero. D’altronde, se avevamo vinto i mondiali, ci poteva succedere di tutto, anche l’apparizione di Nostra Signora di Fatima.       

Per non essere sommerso dalla mandria di menadi infuriati mi riparai nei pressi di un portone. Avevo vicino, quasi a protezione della mia persona dalle furie, un ben formato giovanotto che risponde al nome Ubaldo. Ubaldo è mio nipote, ha una struttura fisica erculea, alla quale corrisponde una bontà d’animo eccezionale. Purtroppo, tanto è buono quanto è ignorante e, credetemi, è buono forte.

Volendo dare grande dimostrazione di patriottismo, per le lunghe ore nelle quali mi fu accanto, non fece altro che urlarmi nelle orecchie la prima strofa dell’inno nazionale: Fratelli d'Italia / L'Italia s'è desta, / Dell'elmo di Scipio / S'è cinta la testa. / Dov'è la Vittoria?/ Le porga la chioma, /Ché schiava di Roma / Iddio la creò. / Stringiamci a coorte /Siam pronti / alla morte / L'Italia chiamò.”

La cosa che più mi infastidiva, non era tanto il reiterarsi all’infinito di quel gruppo di versi, quanto il “poropò, poropò” che la giovane quercia faceva inevitabilmente seguire alle parole  “L'Italia chiamò”.

Era evidente che il ragazzo era convinto che quel “poropò, poropò”  facesse parte integrante di quell’inno del quale si ammazzava a ripetere a squarciagola le poche parole conosciute.   

Ero allo stremo, lo tirai per un braccio: - Senti un po’, ti stai sgolando a cantare, ripetendo sempre gli stessi versi. L’inno nazionale di strofe ne ha cinque e capisco che forse non le conosci, ma almeno sai chi è questo Scipio padrone dell’elmo?     

Ubaldo mi guardò con la stessa  faccia di chi gli avessero chiesto cinque buoni numeri per il lotto.  

- Ma come – aggiunsi – è Scipione l’Africano, possibile che tu non abbia mai sentito parlare di Scipione l’Africano?

Stralunò, era stravolto dalla notizia. – Scipione l’Africano, e che ci fa un africano nell’inno nazionale? 

Non ci mise molto a rispondersi da solo – Mah! Sarà un giocatore di colore!

Fu allora che mi fu tutto chiaro, Ubaldo, e con lui molta di quella carne urlante che quella sera era scesa in piazza, era convinto che quell’inno era stato scritto appositamente per i campionati mondiali di calcio.

Sono incapace di piangere, ho tirato fuori tutte le lacrime che avevo intorno ai quindici anni, quando ho perso i miei, ma quella sera avrei pianto volentieri.

Nei giorni seguenti feci una rapida indagine che mi portò a scoprire l’amara realtà, ovvero che la gran parte degli italiani ignorava le parole dell’inno e la sua storia.

L’Inno di Mameli, o meglio “Il Canto degli Italiani”, com’è il suo vero titolo, fu scritto nell’autunno del 1847 da Goffredo Mameli. A musicarlo  fu Michele Novaro (Genova 23 ottobre 1818 -21 ottobre 1885) che mise il suo talento a disposizione della causa italiana, musicando inni patriottici e organizzando spettacoli destinati a raccogliere soldi per le imprese di Garibaldi.

Il Canto degli Italiani, si compone di cinque strofe: 

Fratelli d'Italia / L'Italia s'è desta, / Dell'elmo di Scipio / S'è cinta la testa. / Dov'è la Vittoria?/ Le porga la chioma, /Ché schiava di Roma / Iddio la creò. / Stringiamci a coorte /Siam pronti / alla morte / L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perché non siam popolo, /Perché siam divisi. /Raccolgaci un'unica /Bandiera, una speme: / Di fonderci insieme / Già l'ora suonò. / Stringiamci a coorte / Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci, / l'Unione, e l'amore / Rivelano ai Popoli / Le vie del Signore; /Giuriamo far libero / Il suolo natìo: / Uniti per Dio / Chi vincer ci può? /Stringiamci a coorte /Siam pronti alla morte / L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia / Dovunque è Legnano, / Ogn'uom di Ferruccio /Ha il core, ha la mano, / I bimbi d'Italia /Si chiaman Balilla, / Il suon d'ogni squilla /I Vespri suonò. /Stringiamci a coorte /Siam pronti alla morte /L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano /Le spade vendute: / Già l'Aquila d'Austria /Le penne ha perdute. /Il angue d'Italia, /Il sangue Polacco, /Bevé, col cosacco, /Ma il cor le bruciò. / Stringiamci a coorte / Siam pronti alla morte /L'Italia chiamò.

 

La sola pubblicazione del testo per intero basterebbe a porre un pannicello caldo all’ignoranza che la fa da padrona sulla materia. In realtà, il Canto degli italiani, non è una litania da ripetere all’infinito, senza necessità di capirla, solo perché è destinata a commuovere il santo di turno e a ottenere la grazia sperata.

E’ invece, preghiera vera e come tutte le preghiere, ha necessità di essere intesa con intelligenza e fatta propria nel cuore.        

C’è bisogno, per acquisirla alla ricchezza dell’anima, di capire il momento di alta tensione morale in cui fu scritta e poi, perché no, un breve ripasso di storia, per avere chiaro chi sono quegli ormai sconosciuti personaggi ai quali le parole del testo fanno oscuro riferimento.

Il 1847 era un anno in cui i patrioti italiani fremevano per dare il colpo decisivo agli austriaci e cacciarli dall’Italia. Fu in quest’atmosfera che Goffredo Mameli, scrisse questi versi d’amore e di libertà per la propria Patria.

Goffredo, lasciatemelo chiamare così che aveva l’età di mio figlio e a mio figlio vorrei che fosse d’esempio e fiaccola, era all’epoca ventenne, un giovanissimo  poeta soldato.

Nato a Genova il 5 settembre 1827, aveva aderito alle idee di Mazzini.La sua adesione fu totale, completa, una devozione all’idea di libertà della Patria italiana quasi  di tipo religioso.

Nel marzo del 1848, al comando di 300 volontari, si portò Milano per prendere parte all’insurrezione contro lo straniero invasore. Con il grado di capitano dei bersaglieri combatté poi contro gli Austriaci sul Mincio.

Nel novembre seguente, agli ordini di Garibaldi, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, sarebbe stata proclamata la Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi.

Per un periodo lasciò la Città Eterna, per poi ritornarvi e prendere parte alla lotta contro i francesi, giunti  in soccorso  di Papa Pio IX, che assediavano l’Urbe. Goffredo, nella lotta  per la difesa della Repubblica Romana, malgrado debilitato da una febbre che non accennava a smettere, fu sempre in prima linea.

Il 3 luglio, era aiutante di campo di Garibaldi, nel corso dei combattimenti fuori Porta San Pancrazio, fu ferito accidentalmente nel corso di un assalto. Un colpo di baionetta alla gamba sinistra tiratogli, per errore, da un commilitone. Nell’immediatezza sembrò una ferita banale, ma una sopraggiunta cancrena lo avrebbe portato alla morte. Si spense nella mattinata del 6 luglio 1849. Al momento della morte aveva solo ventidue anni. Le sue spoglie, inizialmente sepolte al Verano, dove ancora oggi esiste un suo monumento, nel 1941 furono traslate al Gianicolo, dove il Regime Fascista volle che fosse spostato il  Monumento ai caduti per la causa di Roma Italiana.

Le parole dell’inno scritto da Goffredo Mameli sono tutte un appello agli italiani a unirsi, amarsi e a liberarsi dall’oppressione straniera stringendosi a coorte, ove la coorte è la decima parte della legione romana. Non a caso, il primo riferimento è a Scipio, quel Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, che sconfisse Annibale, vincendo la battaglia di Zama.

Le prime due strofe sono l’invito agli italiani a destarsi, a raccogliersi sotto un’unica bandiera e a essere finalmente un unico popolo per liberarsi da un giogo che vedeva gli italiani de secoli “calpesti, derisi” .

Ogni strofa, termina con una chiamata alle armi. E’ la Patria che chiama a stringersi a coorte e a giurare di far libero “Il suolo natìo”.      

Quell’” Uniti per Dio / Chi vincer ci può?” non è una bestemmia. Il “Per Dio” si intende come “mediante Dio” e sintetizza il motto “Dio, Patria, Famiglia”.

La penultima strofa, riassume secoli di lotta contro il dominio straniero. Prima il richiamo alla battaglia di Legnano, nel corso della quale, nel 1176, la  Lega Lombarda sconfisse il Barbarossa. Poi, “Ogn'uom di Ferruccio /Ha il core, ha la mano” . E’ il capitano Francesco Ferrucci che combatté nel corso dell’assedio di Firenze (ottobre 1529 – agosto 1530) contro l’esercito imperiale di Carlo V, dal quale dipendevano numerose milizie italiane.

Il 3 agosto 1530, Ferruci fu sconfitto a Gavinana da forze superiori. Ferito e catturato, fu condotto al cospetto del comandante italiano al soldo dell'esercito imperiale, Fabrizio Maramaldo. Quest’ultimo, incurante delle ferite dell’avversario lo uccise. Prima di spirare sembra che il Ferrucci, sprezzante gli abbia rivolto la frase “Vile, tu dai a un uomo morto!” , poi divenuta famosa come “Vile, tu uccidi un uomo morto!”

Francesco Ferrucci, il capitano italiano, rappresenta lo strenuo difensore della libertà comunale di Firenze e quindi, della liberta nazionale dalle minacce straniere.

I bimbi d'Italia /Si chiaman Balilla,” non è un omaggio al Fascismo. Non è un verso inserito postumo.

Balilla Perasso, benché la sua esistenza non sia mai stata accertata storicamente, fu il giovanissimo garzone di fornaio genovese che, nel 1746, prese a sassate alcuni soldati che gli avevano chiesto aiuto a  tirare fuori dal fango un mortaio. Quel gesto diede avvio alla rivolta popolare a Genova contro gli austriaci. Cinque giorni di lotta costrinsero le truppe straniere ad abbandonare la città ligure dopo alcuni mesi di occupazione.

Infine, i Vespri siciliani, quando nel 1282, la popolazione di Palermo fu chiamata a raccolta dalle campane (squille) per l’insurrezione contro  i Francesi di Carlo d'Angiò

L’ultima strofa  dell’inno è quella che potrebbe sembrare la più sibillina. Le “spade vendute” sono i mercenari al servizio del nemico, ma non bisogna averne paura perché sono  “giunchi che piegano”.

Mameli profetizza la fine dell’Austria, colpevole di aver  smembrato lo stato Polacco assieme alla Russia. Il sangue italiano e quello polacco, bevuto dall’Aquila D’Austria gli avrebbe bruciato il cuore facendole perdere le penne.

Fratelli d'Italia, il Canto degli italiani, può piacere o non piacere, ma a chi vorrebbe accantonarlo vorrei chiedere:  sei sicuro di conoscerlo per davvero?

Non è una banale canzonetta è una delle colonne portanti dell’unità nazionale.  E’ il grido della speranza, di un popolo diviso in tanti Stati, alla sospirata ITALIA. E’ un urlo di riscossa contro lo straniero invasore della terra dei padri. 

Si badi bene, c’è anche un modo preciso di cantarlo.

Ultimamente è d’uso cantarlo con il palmo della mano destra sul cuore. Per carità di Patria, si tratta di un’americanata.

L’inno nazionale lo si canta sull’attenti. Tesi, ritti, quasi a voler sprigionare da quella posizione la parte più bella dell’anima. Ci sarà ancora in giro qualche bell’anima di italiano? Sperando di aver fatto qualche cosa d’utile alla terra di mio Padre e mio Nonno, alla terra che vorrei fosse di mio figlio e mia figlia, la quale, ogni volta che la guardo negli occhi, rivedo lo sguardo di mia madre.



31 Agosto 2009                               

                                      Daniele Lembo