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Per chi ha deciso di non mandare... il cervello all' ammasso

 

Riceviamo e pubblichiamo l'articolo di Daniele Lembo

 
 

MORTE DI UN NOSTRO ALPINO

Massimiliano Ramadù, sergente degli alpini dell’esercito italiano, muore in Afghanistan in seguito a un attentato. Troppo giovane, Massimiliano, per essere già un uomo, troppo vecchio per essere ancora un ragazzo. Cosa è allora Massimiliano se non un soldato, partito per una terra lontana che ignorava, per aiutare gente che non conosceva ma a salvaguardia di principi e valori che aveva fatto voto difendere, urlando quel giorno: “lo giuro”. Ha mantenuto fede al suo obbligo d’onore, questo nostro alpino che ci appare ormai solo da una foto, con un sorriso da uomo buono e che esprime null’altro che tenerezza. Ha rispettato l’impegno che aveva preso con la sua gente, spendendo quanto di meglio aveva nel corredo dell’anima. E adesso, dopo aver mantenuto fede al suo patto di dignità e lealtà è tornato a Cisterna. La terra che lo aveva accolto bambino, che lo aveva visto crescere, che ne aveva colto i palpiti sottili e delicati dei primissimi amori, lo ha abbracciato di nuovo. Cisterna, questa cittadina, che a tratti appare lenta e sonnacchiosa, ha tirato fuori quanto di meglio aveva per ricevere un suo figlio che rientrava a casa. Le finestre, i balconi, i negozi, ovunque vi era il segno del tricolore. Erano bandiere, semplici pezze di stoffa, coccarde o palloncini ma sempre di quei tre colori che, per grazia di Dio, ci fanno ancora fremere la carne e sentire l’orgoglio di essere italiani. Appena qualche anno fa sarebbe sembrato impossibile vedere di nuovo quei drappi alle finestre. Gli italiani, sembravano provarne quasi vergogna ma, evidentemente, la brace della Patria covava sotto la cenere. Il richiamo antico della terra dei padri è forte e tenace e, sebbene talvolta sembri affievolirsi, ritorna poi prepotente a ruggire nell’animo degli italiani. Sono stati gli italiani di cisterna che hanno abbracciato il ritorno di questo loro alpino, con una corale di pietà. Centinaia di persone ai funerali di Massimiliano. Uomini in divisa, associazioni d’arma, ma soprattutto la gente, quella gente di ogni giorno, uomini, vecchi, ragazzi, madri di famiglia. Era il popolo, questo popolo generoso che abita l’Italia e che è venuto a dire:”ti saluto figlio mio”. Gente che si è messa ordinatamente in fila per salutare quello che poteva essere il fratello, il figlio, lo sposo. Non c’era Massimiliano in quella bara, c’era un pezzo d’Italia, un brandello della nostra anima, il frammento più bello del nostro cuore. Fortunate le donne, alle quali il pianto non viene inibito fin da bambine. Differente è per i maschi, ma come fare a trattenere le lacrime di fronte a quello scampolo di Patria, disteso lungo in quella bara, eppure così vivo. In chiesa, dove il dolore sembrava potersi tagliare in blocchi da un quintale l’uno, tra i tanti soldati, c’era un capitano dei granatieri. Un giovanotto alto, slanciato, con due spalle che ne facevano l’archetipo del guerriero. Ebbene, sulla faccia dell’uomo d’arme, scendeva lunga, lenta, inesorabile un’unica lacrima. Come non pensare: “fortunata sua madre, sia benedetta sua madre che ci ha dato questo suo figlio in uniforme.” Come per la mamma del granatiere, non possiamo dire che grazie alla mamma di Massimiliano, urlandogli:”adesso siamo tutti figli tuoi.” Nei giorni a venire, quando tutto questo sarà finito o sembrerà finito, cosa resterà del sergente Ramadù, di quelle bandiere alle finestre, di quella gente del popolo in chiesa con gli occhi colmi di lacrime? La profezia maligna vorrebbe che “passato il santo ….”. Si diano pace quegli infelici che schifano l’idea di Patria. Tutte quelle lacrime, versate per un nostro soldato caduto, sono semi che allignano e che sarà impossibile estirpare Quei drappi tricolori alle finestre, forse domani verranno tolti, forse il sole li sbiadirà o il vento li strapperà, ma ognuno di quelle bandiere continuerà ad urlare: “in questa casa abita un italiano che sente di dovere qualcosa a Massimiliano”. Quel sergente dal sorriso buono, continuerà a vivere in una delle stanze più belle del cuore di quegli italiani che, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, sono andati a dirgli: “Ciao Massimiliano”.



                               

                                      Daniele Lembo