CARO SILVIO, DAI UNA FRENATA
È di questi giorni, dicembre 2009, una serie di note da
parte della stampa statunitense che accusa gli uffici
giudiziari del nostro Paese, di incapacità e di
disonestà. E questo a seguito della condanna di una
giovane cittadina americana a ventisei anni di carcere
per omicidio. Il tutto si innesta in un momento nel
quale questo infelice Paese è avvolto in una serie di
scandali che vede il “pentito” (chiamiamolo così)
accusare niente di meno che il Presidente del Consiglio
di collusioni mafiose. La vice presidente Hilary Clinton
e i più alti esponenti Usa scendono in piazza reclamando
“una verifica” su come è stata condotto il
procedimento giudiziario. Sì, siamo giunti a questo: una
Potenza straniera che interferisce sulla procedura
penale del nostro Paese. Scriverei che sarebbe cosa
inaudita se non avessimo tanti precedenti e non
ricordassimo il Trattato di Pace (Diktat) che ci
fu imposto nel 1947. E allora tutte le cose prendono la
giusta collocazione. L’America è la padrona del mondo e
noi siamo i loro lacché.
Anche se questo tema mi affascina, mi avvilisce e mi
demoralizza, non di questo volevo trattare; il titolo
“CARO SILVIO DAI UNA FRENATA”,
riguarda una frase pronunciata dal primo lacché degli
Usa: Silvio Berlusconi. Egli ha detto che mai nella
storia italiana si ebbero tanti successi nella lotta
contro la criminalità organizzata come sotto il suo
governo.
Sì,
CARO SILVIO, DAI UNA FRENATA, ed ecco i motivi
per cui voglio ascoltare lo stridor dei freni,
perché nulla, e ripeto nulla, fu fatto bene in questa
repubblica nata dalla resistenza.
Ed
ecco come Benito Mussolini affrontò e risolse il
problema mafioso.
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Mussolini approdò in Sicilia, a Palermo il 6 maggio
1924. Era in programma una visita ufficiale di quindici
giorni.
Da continentale, aveva una visione vaga della
mafia, ma ben presto la sua conoscenza su quel
fenomeno si sarebbe approfondita.
Acompagnato in auto, a Piana degli Albanesi, dal
sindaco di quella cittadina, Francesco Cuccia, detto
Don Ciccio, che ostentava sul petto la Croce di
Cavaliere del Regno, pur essendo stato chiamato in
giudizio per omicidio in otto processi, tutti risolti
per insufficienza di prove, Mussolini
avvertì un certo imbarazzo per il comportamento del
notabile seduto al suo fianco.
Don Ciccio, osservato che il suo ospite era
seguito da alcuni agenti, confidenzialmente diede un
colpetto sul braccio di Mussolini e, ammiccando, gli
disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è
con me. Nulla deve temere!».
Mussolini non rispose, ordinò di fermare la macchina
e di far ritorno a Palermo.
Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani e fu
una dichiarazione di guerra alla mafia: «Voi avete
dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è
parlato di strade, di bonifica, si è detto che bisogna
garantire la proprietà e l'incolumità dei cittadini che
lavorano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le
misure necessarie per tutelare i galantuomini dai
delitti dei criminali. Non deve essere più oltre
tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino,
immiseriscano, danneggino una popolazione
magnifica come la vostra».
Mussolini rientrò a Roma il 12 maggio e il giorno
dopo convocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo
della polizia Moncarda e chiese ad essi il nome di un
uomo idoneo a battere il fenomeno malavitoso siciliano.
Federzoni propose Cesare Mori. Mussolini ordinò che
venisse immediatamente convocato e, conferendogli
l’incarico, gli raccomandò: «Spero che sarete duro
con i mafiosi come lo siete stato con i miei
squadristi!».
Il Governo Giolitti aveva già inviato,
precedentemente, Cesare Mori in Sicilia per combattere
il fenomeno mafioso. Pur avendo dimostrato notevole
perizia, Mori non era riuscito a conseguire un
apprezzabile risultato, dati i limitati mezzi
legislativi conferitigli.
Il successo dell'azione di antimafia dipendeva dalla
serietà e dalla reale volontà del Governo fascista di
recuperare la Sicilia allo Stato. La risposta la dette
lo stesso Mussolini: «II fascismo, che ha liberato
l'Italia da tante piaghe cauterizzerà, se necessario,
col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza
siciliana».
Vennero quindi concessi a Mori, che si avvalse
dell'opera dell'ottimo maresciallo Spanò, i pieni poteri
e già a fine anno 1925 ottenne i primi successi: oltre
700 arresti di mafiosi accusati di omicidio, abigeato,
grassazione, operati con fulminee azioni nelle Madonie,
a Misilmeri, a Marineo, a Piazza Armerina. Seguì
un'operazione, forse la più spettacolare, nel comune di
Gangi, tra Nicosia e Castelnuovo, dove da oltre un
trentennio spadroneggiavano le bande degli Andaloro e
Ferrarello, bande che vennero interamente catturate.
Marzo e aprile 1926 videro nuovi successi e nuovi
arresti a Termini Imerese, a Marsala, a Mazzarino, a
Castelvetrano, a Gibellina. Così di seguito, mese dopo
mese, centinaia di arresti liberarono dalla piovra
ampie aree della Sicilia.
Il 26 maggio 1927, in apertura del dibattito sul
bilancio dell'Interno, Mussolini tenne alla Camera uno
dei discorsi più famosi e più interessanti ed anche uno
dei più lunghi: il cosiddetto discorso
dell'Ascensione, di cui citiamo un passo: «E
tempo che io vi riveli la mafia. Ma, prima di tutto, io
voglio spogliare questa associazione brigantesca da
tutta quella specie di fascino, di poesia, che non
merita minimamente. Non si parli di nobiltà e di
cavalleria della mafia, se non si vuole veramente
insultare tutta la Sicilia. Vediamo. Poiché molti di voi
non conoscono ancora l'ampiezza del fenomeno, ve lo
porto io sopra un tavolo clinico: ed il corpo è già
inciso dal mio bisturi».
Così Mussolini scandisce momenti e cifre
dell'offensiva scatenata dal fascismo contro il
fenomeno mafioso: successi ottenuti non solo in termini
di repressione, e di miglioramento dell'ordine pubblico.
Ma il successo maggiore fu l'aver ripristinato
l'autorità dello Stato. Ecco i dati: rispetto al 1923,
nel 1926 gli omicidi erano passati da 675 a 299, le
rapine da 1200 a 298, gli abigeati da 696 a 126, le
estorsioni da 238 a 121, i danneggiamenti da 1327 a 815,
gli incendi dolosi da 739 a 469, i ricatti da 16 a 2.
Sono successi significativi che avvalorano la
capacità operativa del prefetto Mori. Questi,
continuando nella sua operazione, punta su patrimoni
sospetti: si aprono inchieste sulle amministrazioni
comunali, si indaga sui beni di cui godono famiglie
sospette e si pretende che ne venga dimostrata la
liceità, pena la confisca.
A tutto ciò faceva seguito la continua attenzione di
Mussolini che sollecitava, con lettere e telegrammi, di
perseverare nell'azione e l'accelerazione dei processi.
Nel 1929 l'opera del prefetto di ferro si poté
considerare conclusa con l'indiscussa vittoria del nuovo
Stato sulla mafia.
La storiografia del dopoguerra, per motivi facilmente
intuibili, sostiene che Mori fu allontanato perché
cominciava a colpire in alto. I fatti dimostrano il
contrario e cioè che Mori colpiva dove c'era da colpire,
indipendentemente dai nomi, coerentemente alle
disposizioni ricevute al momento dell'incarico.
Certamente si cercò di fermare l'azione dello Stato
in diversi modi. Una petizione fu inviata al Duce,
firmata da 400 fascisti trapanasi, con la quale si
chiedeva di allontanare «l'antipatriottico
prefetto di Bologna amico dei bolscevichi». La
risposta di Mussolini fu fulminea: l'immediata
espulsione dal partito dei firmatari della petizione.
Per gli stessi motivi, a febbraio 1927, venne sciolto
d'autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio,
addirittura, il segretario, On. Alfredo Cucco, che fu
poi processato e assolto.
Un ufficiale della Milizia, accusato di connivenza
con la criminalità, fu condannato a dieci anni, tutti
scontati.
Nel maggio 1927 venne sciolto anche il fascio di
Catania.
La mafia per sopravvivere dovette emigrare oltre
Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943
con lo sbarco angloamericano.
Lo scorso anno andai per pochi giorni di vacanza in
Sicilia. Un giorno entrai in un negozio di artigianato e
mi intrattenni per alcuni minuti con il proprietario,
una persona colta, di “una certa età”. Ebbene
egli mi assicurò che quando sbarcarono gli anglo
americani in Sicilia – e questo me lo ha garantito – le
truppe di invasione erano precedute da drappelli, quasi
sicuramente di siculo-americani, che innalzavano una
bandiera color oro, dove al centro era ben disegnato una
doppia “L”. Quel signore mi ha garantito che quel
simbolo indicava “Lucky Luciano”, un famoso
mafioso “vittima del Fascismo” fuggito negli Usa
negli anni Venti-Trenta. Su questa testimonianza non
posso porre il sigillo dell’autenticità; ma è noto che
gli Usa utilizzarono la mafia americana per invadere la
Sicilia. In merito a questa testimonianza invito i
lettori a documentarmi se a conoscenza di particolari.
Don Calogero Vizzini, uno dei capi della mafia,
indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla
guida dei Comuni e delle Province. Genco Russo, boss
mafioso che Mori aveva confinato a Chianciano, ottenne
la Croce di Cavaliere della Repubblica in quanto gli
venne riconosciuta la qualifica di vittima del
fascismo.
Certamente Mori si avvalse di poteri eccezionali,
indispensabili e proporzionati alla pecularietà del
fenomeno mafioso. Questo è stato ben compreso ed
esposto nel 1929, nel corso del processone
contro la mafia, dal deputato fascista Michelangelo
Abisso, patrono di Parte Civile. Nella sua lunga arringa
fra l'altro ammonì: «La vittoria contro la
delinquenza non è un fatto isolato: essa va inquadrata
nel nuovo ordine di cose, nel nuovo metodo di governo;
in breve, è la più tangibile manifestazione dello Stato
forte e veramente sovrano (...). Debellato il male,
occorre far seguire quella che i medici chiamerebbero
cura ricostituente, occorre ritemprare l'organismo, in
modo che possa vittoriosamente resistere ad un nuovo
attacco. Occorrono strade principali e soprattutto
agrarie attraverso le quali il lavoro e la civiltà
possano toccare quelle zone remote e deserte che finora
furono solo accessibili alla barbarie e al delitto;
occorrono acqua e luce, telefoni e scuole che vincano
gli ultimi residui di analfabetismo e di ignoranza,
occorrono opere di irrigazione e di bonifica che
consentano un più intenso sfruttamento delle aride
zolle ed impediscano il depauperamento della razza,
l'insidia della malaria; occorrono la piccola proprietà
ed una sempre più illuminata giustizia nei rapporti tra
lavoro e proprietà, sempre chiusa nella concezione
gretta del privilegio e restia alle influenze delle
correnti nuove che travolgono le dighe e aprono
irresistibilmente le vie dell'avvenire».
All'opera di Mori farà seguito quella del Governo,
impostata su un grandioso programma di interventi, anche
se ostacolata da una serie di difficoltà di origini
esterne e, alla fine, forzatamente interrotta dalla
disfatta militare.
Termino citando lo storico Emil Ludwig: <Mussolini
sognò col Fascismo una grande Nazione. Si mise all’opera
per trasformare il sogno in realtà. Creò la Nazione
Italia e questa è una delle ragioni della sua grandezza
di fronte al mondo e alla Storia>.
Voglio anche ricordare il rimprovero che partì dalla
,penna del più grande giornalista svizzero Paul
Gentizon: <Tra i milioni di suoi compatrioti ai quali
aveva reso l’orgoglio di essere italiani, non se ne è
trovato uno solo, nell’ora suprema, per ricoprirlo
pietosamente con un lenzuolo, e di chiudergli gli occhi.
E’ la sorte dei Grandi>.
E concludo: <Dopo l’epoca dei Grandi succede
quella dei Quaquaraqua>.
Filippo Giannini