GIOVANNA CANZANO –
VIA RASELLA E CAVE ARDEATINE
Ho
ricevuto una mail dalla brava Giovanna Canzano che
invita ad intervenire sui fatti di Via Rasella e
conseguente eccidio alla Cave Ardeatine.
Premetto che già, in ripetute occasioni, intervenni su
questo argomento e quindi sarà probabile che in alcuni
casi mi ripeterò, per questo mi scuso con i lettori.
Andiamo con ordine. Se apriamo il dizionario De Agostini
nella voce “soldato” leggo: <Chi presta
servizio militare in un esercito regolare>.
“Esercito regolare”; e chi stabilisce che un
“Esercito è regolare”? Le Convenzioni
Internazionali dell’Aja e di Ginevra del 1889 e la
seconda del 1907. Convenzioni che stabiliscono,
in modo chiarissimo, il ruolo del “Legittimo
combattente”, cioè del Soldato. Dette
Convenzioni attestano: <Sono legittimi
combattenti i militari delle Forze Armate regolari di
uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme
conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi,
dipendano da ufficiali responsabili e (attenzione!)
dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra>.
Non vedo una sola voce che possa individuare il
“partigiano” al “soldato”, cioè al
“legittimo combattente”. Da ciò ne deriva che il
partigiano se opera e agisce a danno del
legittimo combattente si pone fuori legge. Le
Convenzioni all’epoca dei fatti in oggetto,
prevedevano: <Art. 4: Gli illegittimi combattenti
vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono
generalmente sottoposti alla pena capitale>.
Per
trattare il tema in argomento (Via Rasella-Cave
Ardeatine) è indispensabile conoscere con quali
motivazioni le Corti dell’Aja e di Ginevra stabilirono
il “Diritto di rappresaglia”: <La
rappresaglia, condotta obiettivamente illecita, diventa,
per le particolari circostanze in cui viene attuata,
condotta lecita. Ma tale qualifica non è sufficiente ad
individuarne la natura giuridica fondamentale. La
rappresaglia è, fondamentalmente, una sanzione,
cioè una reazione all’atto illecito (cioè all’azione
dell’illegittimo combattente, nda), e non un mero
atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un
precedente atto illecito>.
Nel
1944-45 il Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) era
guidato da Giorgio Amendola (comunista), da Riccardo
Bauer (Partito d’Azione) e da Sandro Pertini
(socialista); tutti e tre persone di cultura, è
impensabile che non avessero ben compreso quanto le
citate Convenzioni stabilivano. Allora perché
ordinarono l’attentato di Via Rasella?
Andiamo di nuovo con ordine.
Quale era la tecnica di lotta che i partigiani
ponevano in essere? Ecco uno stralcio del libro scritto
da Mario De Micheli “7° Gap”: <Sin dall’ottore
1943 il partito comunista aveva preso l’iniziativa di
costituire le “Brigate d’Assalto Garibaldi” e i
“Gruppi d’azione patriottici”: le brigate
dovevano operare sulle montagne, i gruppo dentro la
città (…). I Gap dovevano essere gli arditi della
guerra di liberazione, soldati senza divisa (…). Essi
dovevano combattere in mezzo all’avversario,
mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo
quando meno se lo aspettava (…). I complici del fascismo
e del tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i
loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità:
avrebbero, invece, dovuto vivere d’ansia, guardandosi
continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava
alle loro spalle. Portare la morte a casa del nemico era
insomma la direttiva con cui sorgevano i Gap (…)>.
Per
meglio documentare quanto sopra, cito uno stralcio de
“Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio: <Alle
spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il
fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve
essere attaccato con le medesime precauzioni con le
quali un uomo deve procedere con un animale>. Sarà
che sono stato Balilla e tale ancora mi sento, la
mia impressione, leggendo la tecnica di lotta
(chiamiamola così) sembrerebbe concepita da un essere
demoniaco.
Veniamo ora all’attentato di Via Rasella. Come è noto il
23 marzo 1944 ricorreva il 25° anniversario della
fondazione dei Fasci di Combattimento e si
prevedeva per quella data una manifestazione dei
fascisti. Era in concepimento, quindi, un attentato per
riavere indietro una rappresaglia per dimostrare alla
popolazione romana quanto fossero cattivi i fascisti.
Ma i capi dei Gap scartarono questo obiettivo
perché capirono che mai i fascisti avrebbero
effettuato una rappresaglia di dimensioni sperate. Ma i
tedeschi sì! Data l’ottusità tutta teutonica che li
caratterizzava sarebbero caduti nella trappola. In
questa sede è superfluo ricordare come si svolse l’eroica
azione di Rosario Bentivegna, di Carla Capponi e di
altri eroi, ma procediamo citando nuovi fatti.
Quel 23 marzo 1944 l’attentato non fu compiuto a
danno delle SS, come la propaganda sfascista
si affanna ancora oggi a sostenere, ma a danno di
militari altoatesini, quindi cittadini italiani, tanto
che la maggior parte di essi, sino all’otto settembre
1943 avevano militato nell’Esercito italiano e dopo
quella fausta data vennero incorporati dai
tedeschi nella Compagnia Bozen. A seguito di
quell’attentato non morirono trentatre tedeschi,
ma a questi vanno aggiunti altri nove che si spensero
nelle quarantotto ore successive. Ma, a smentire quanto
ancora oggi si sostiene, cioè che non vennero coinvolti
civili, riporto i nomi di quelli certi (infatti il
numero esatto dei morti civili non è ancora oggi
ufficialmente dichiarato): Fiammetta Baglioni di 66
anni, Pasquale Di Marco di 34 anni. L’eroe che
accese la miccia per provocare l’esplosione era tanto
impegnato nell’eroica fuga che non si curò di far
allontanare il piccolo Zuccheretti di 13 anni, tanto
vicino al luogo dell’esplosione che il suo corpo fu
frantumato; i suoi piedini non furono mai ritrovati.
Ma
cosa si riproponevano con questi attentati i capi dei
Gap? Lo attesta chiaramente il
fascista-antifascista Giorgio Bocca nel suo libro
“Storia dell’Italia partigiana”: <Il terrorismo
ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante,
ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo
premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le
rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il
fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una
lezione feroce>. A questa dichiarazione di un ex
partigiano, c’è da aggiungere altro? Sì, tanto da
aggiungere, ma per il momento voglio ricordare la
sentenza del 26/4/1954, emessa dal Tribunale Militare
ampiamente dopo la fine delle ostilità, sentenza che
mandò in bestia i più alti esponenti dell’antifascismo,
dato che, fra l’altro attesto: <Dopo l’armistizio
dell’8 settembre 1943 la sovranità di fatto, o meglio
l’autorità del potere fu, nella parte dell’Italia ove
risiedeva il Governo legittimo, esercitata dalle Potenze
alleate occupanti. Non poteva essere altrimenti, dal
momento che durante il regime di armistizio, permaneva
lo stato di guerra e l’occupante era sempre
giuridicamente il nemico. Basti considerare che
tutte le leggi e tutti i decreti ricevevano piena forza
ed effetto di legge a seguito di ordini degli Alleati.
Pertanto il Governo del Re era un Governo che esercitava
il suo potere “sub condicione”, nei limiti
assegnati dal comando degli eserciti nemici (…).
Indubbiamente pressoché immutato era rimasto
l’ordinamento giuridico esistente nella Repubblica
Sociale Italiana; gli stessi codici, le stesse leggi
venivano applicati dagli organi del potere esecutivo
della Magistratura.
L’organizzazione statale si manteneva in piedi a mezzo
delle autorità preposte (…); l’autorità tedesca ebbe
allora ad inserirsi nella vita italiana del centro-nord,
indubbiamente le autorità della Repubblica Sociale
Italiana subirono talvolta la pressione e le direttive
del loro alleato, pur opponendosi spesso con energia
alle loro iniziative (…). Tra il regime del centro-nord
e quello del sud appare, dunque, che de facto il
Governo legittimo e quello di Mussolini avevano una
libertà limitata: de jure, era, peraltro,
preclusa al Governo legittimo ogni indipendenza, mentre
tale formale preclusione non esisteva per la Repubblica
Sociale Italiana che emanava le sue leggi e i suoi
decreti senza l’autorizzazione dell’alleato tedesco>.
Il
resto è più o meno noto, ma sono poco noti (è ovvio) gli
sforzi fatti da Mussolini e dai più alti vertici del suo
governo tendenti a dissuadere i tedeschi dall’effettuare
la rappresaglia. È pure poco noto (anche questo è ovvio)
che Amendola dopo l’attentato, si incontrò con De
Gasperi dal quale ricevette le congratulazioni per
“il grande botto”. Ma c’è qualche altra cosa da
aggiungere per rendere il fatto (se possibile) ancora
più disgustoso: ancora oggi qualcuno accusa Bentivegna,
la Capponi e gli altri eroi dell’impresa di Via
Rasella dal non essersi presentati e salvare così la
vita ai 335 ostaggi. Non avrebbero potuto, anche se lo
avessero voluto, perché consegnandosi avrebbero
vanificato quanto i capi del Cln avevano progettato,
cioè ottenere quella grande carneficina sulla quale
l’antifascismo, ancora oggi fa grande sfruttamento.
In
uno dei prossimi articoli, tratterò la legittimità
del Governo Badoglio, ma in tale attesa vediamo cosa
prevedeva la citata sentenza del Tribunale Supremo
Militare: <Si dimentica che anche le Forze Armate
alle dipendenze di Mussolini e di Rodolfo Graziani
occupavano il territorio suddetto. Che l’ordinanza
Kesselring, in data 11 settembre 1943, che assoggettava
il territorio italiano alle leggi tedesche, cessò di
avere efficacia proprio con il 23 settembre 1943,
quando, se pur non ancora proclamata la Repubblica
Sociale Italiana (che nacque il 25 novembre 1943),
esisteva già il cosiddetto Stato Fascista Repubblicano>.
E
cosa prevedeva la suddetta sentenza per quanto riguarda
il partigiano? Ecco dal testo: <Pertanto deve
concludersi che i partigiani, equiparati ai militari, ma
non assoggettati alla legge penale militare, per lo
espresso disposto dell’articolo 1 del decreto legge 6
settembre 1946 n° 93, non possono essere considerati
belligeranti, non ricorrendo nei loro confronti le
condizioni che le norme del diritto internazionale
cumulativamente richiedono>.
Ogni
altra definizione del partigiano la lascio al
lettore.
Ed
ora, amici lettori, seguiamo un’altra eroica azione
del partigiano Bentivegna, Era il 5 giugno 1944, Roma
era stata liberata dagli alleati il giorno
precedente e il sottotenente della Guardia di Finanza
Giorgio Barbarisi, che aveva operato nel fronte
clandestino, pur non avendo mai mantenuto contatti con i
partigiani, ma con l’Esercito del sud, stava percorrendo
a piedi Via delle tre Cannelle a pochi passi dal
Quirinale. Il giorno precedente gli alleati avevano
imposto la sospensione di ogni attività politica, niente
comizi o volantinaggi, né manifesti e assembramenti. In
questo clima il sottotenente Barbarisi si stava recando
dalla madre per portarle un dono prezioso: due panini.
Lungo la via, Barbarisi nota un manifesto che, per sua
sfortuna, mostra la falce e il martello; il sottotenente
Barbarisi investito della carica di ufficiale di polizia
e pertanto convinto di dover assolvere un suo dovere, si
accinse a defiggere il manifesto. Non poté completare il
proposito perché fu raggiunto alle spalle da un colpo di
pistola che lo uccise.
Chi
aveva sparato? Ma lui, sempre lui, l’eroico
partigiano, Rosario Bentivegna e accanto a lui il
suo braccio destro: Carla Capponi. Il processo per
l’assassinio di Barbarisi si aprì il 14 luglio
successivo e, nonostante la gravità dell’ignobile
azione, e nonostante la disperata azione della madre del
Barberisi, l’autore dell’ignobile azione non scontò
neanche un giorno di prigione. Era nata , come ha
attestato Luciano Violante <lo Stato dei diritti e
della libertà>.
Per concludere torno solo un attimo alla mail di
Giovanna Canzano. La brava giornalista cita un certo
signor Bruno Sordini, che non conosco, il quale scrive:
<Inaudito!!! (tre punti esclamativi), per ora ho
denunciato a varie organizzazioni ed alle autorità la
pubblicazione di tale scandalosa intervista (…)>. Il
signor Sordini si riferisce all’intervista concessa alla
signora Giovanna Canzano da Giovanni Lubrano. Credo che
il signor Bruno Sordini sia una brava persona, una delle
tante e tante truffate e menate per il naso da questa
democrazia nata dalla Resistenza.
Dimenticavo: per l’azione di Via Rasella Rosario
Bentivegna venne decorato con la Medaglia d’Argento, la
Capponi con quella d’Oro. Alla notizia di queste
decorazioni molti legittimi combattenti per
protesta restituirono allo Stato le loro onorificenze.
Filippo Giannini