SIA MARIO CERVI A
SBUGIARDARE LA STORIA
Ho
avuto modo di leggere ne La stanza di Mario Cervi
una risposta, ad un lettore, Sig. Paolo Gulminelli,
Cervi inizia: <Purtroppo il parlare di
catastrofica guerra mussoliniana non è un luogo comune
(sì, signor Cervi è proprio un luogo
comune, nda), è una dolorosa realtà storica>. A
questa premessa l’autore fa seguire una serie di
luoghi comuni che con la realtà storica non ha nulla
di scientificamente valido.
Per
iniziare e contestare quel che indichiamo come
castronerie cerviane, riportiamo quanto ebbe a dire
Bernard Shaw nel corso di un’intervista al Manchester
Guardian nel 1937: <Le cose da Mussolini già
fatte lo condurranno prima o poi ad un serio
conflitto con il capitalismo>. Se avremo spazio
proverremo ad indicare quale pericolo rappresentassero
per il capitalismo le cose che Mussolini si accingeva
a fare, e quelle già fatte.
È
bene mettere in chiaro un fatto: il Secondo conflitto
mondiale esplose nel 1939, ma fu concepito con l’assurdo
Trattato di Versailles, un Trattato che mortificava i
perdenti oltre ogni limite. Tanto che il Maresciallo di
Francia Foch disse profeticamente: <Questa non è la
pace; è un armistizio di vent’anni>. John Keynes,
uno dei più noti economisti del secolo scorso, quale
esperto inglese a Versailles, dette le dimissioni in
segno di dissenso per protestare contro le norme del
Trattato imposte alla Germania che egli riteneva
inapplicabili. Benito Mussolini – e questo il signor
Cervi, scrivendo di storia dovrebbe ben saperlo, in un
discorso alla Camera del 16 novembre 1922, fra l’altro
disse: <La pace del 1919 aveva diviso il mondo tra
potenti e inermi, tra ricchi e poveri (…). Una pace che
si fondi sull’ingiustizia è già una pace morta. Se
l’ingiustizia stava nei Trattati, si dovevano rivedere i
trattati. Questa tesi l’ho sostenuta dal 1919 quando non
ancora s’erano asciugate le firme di Versailles (…)>.
La revisione dei trattati fu una costante della
politica mussoliniana per tutti gli anni del suo
governo. E questa politica a cosa mirava se non a
salvare la pace? A questa politica chi si opponeva? Ce
lo dica Lei, signor Cervi.
Quale incarico ebbero da Mussolini Italo Balbo e Dino
Grandi nella Conferenza di Ginevra del 1932, il cui tema
era il disarmo? L’Italia propose, su disposizioni del
Duce, un progetto di una parificazione al livello più
basso degli armamenti. Inoltre venne esposto un piano,
studiato da Mussolini, per l’abolizione dell’artiglieria
pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, degli
aerei da bombardamento ecc.; in altre parole la messa al
bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una
guerra di distruzione. Chi sabotò questo piano? (Non) ce
lo dirà il signor Cervi.
Signor Cervi, visto che Lei è un maestro in materia, ci
dica chi fu portatore nel 1933 del così detto Patto a
Quattro, poi nel 1935 dei così detti Accordi di
Stresa, iniziative tese a correggere le storture che
avrebbero portato poi alla guerra. Chi sabotò i due
tentativi? Aspettiamo una risposta, signor Cervi.
Intanto, proprio in quegli anni, al di là delle Alpi
prendeva forma una figura che rivendicava i diritti alla
vita dei tedeschi: Adolf Hitler. Un personaggio che a
Mussolini non piaceva, anche se le sue rivendicazioni
erano considerate giuste. Così arriviamo al 25 luglio
1934 quando i nazionalsocialisti dopo aver ucciso il
Cancelliere austriaco Dollfuss tentano l’Anschluss;
chi si oppose a Hitler? Se non ce lo dice il signor
Cervi, ce lo faremo dire dal più noto giornalista
svizzero, Paul Gentizon che scrisse: <Solo Mussolini
si levò non soltanto a parole ma a fatti contro Hitler,
il nazionalsocialismo, il pangermanesimo. Se in quel
momento le democrazie occidentali lo avessero
ascoltato, il destino del mondo sarebbe stato ben
differente>.
E
veniamo nell’anno 1935. Il signor Cervi saprà (lo spero)
che furono i Governi pre-fascisti ad avere mire
sull’impero etiopico: 1882, 1885, 1887, 1888, 1890,
1895, sono date che il signor Cervi dovrebbe ben
conoscere e ancor più approfonditamente quelle del 1887,
del 1888 e soprattutto quella del 1896 queste ultime
date sono bagnate dal sangue di nostri soldati che
furono mandati allo sbaraglio dall’incoscienza dei
Governi del tempo. E che dire della guerra italo-turca
del 1911? Quella fu una guerra giusta, vero
signor Cervi?
Torniamo, come abbiamo scritto al 1935, ma prima
dobbiamo fare un passo indietro. Guido Gerosa, un
antifascista tutto d’un pezzo (come il signor
Cervi) ha scritto sul suo libro “Io Mussolini”,
pag. 37 (siamo nel 1934). <L’Eritrea e la Somalia
sono costantemente insidiate da bande di predoni che
trovano appoggi e protezioni presso le autorità
etiopiche e che compiono razzie e scorrerie per poi
rifugiarsi subito nel santuario del territorio
abissino (…). L’episodio più grave è l’attacco al
Consolato di Gondar. Un gruppo di predoni abissini
prende d’assalto la sede diplomatica italiana, uccide un
ascaro e ne ferisce parecchi altri (…)>.
Ma
l’episodio più grave avviene alla fine del 1934; ma
lasciamo la parola allo storico Rutilio Sermonti che nel
suo libro L’Italia nel XX Secolo ha scritto circa
i fatti di Ual-Ual: <Ben 900 regolari abissini
sono la scorta che il governo etiopico ha
assegnato alla missione britannica e li comanda il
colonnello Clifford (…)>. Chi legge queste note
potrebbe chiedersi: “Perché un colonnello inglese”?
Non so se al signor Cervi sorge il sospetto che, invece,
sorge in noi; ci torna in mente, cioè, quanto disse
Bernard Shaw (come abbiamo scritto all’inizio di
questo lavoro): <Le cose da Mussolini sin qui fatte
lo condurranno prima o poi ecc.>. Cioè, se l’intento
dei Paesi capitalisti era la distruzione del fascismo,
quale migliore occasione che far impelagare l’Italia in
un conflitto difficile contro l’Etiopia? La trappola era
scattata grazie all’arguta politica estera
franco-britannica che riuscì a far credere che l’Italia
avesse via libera all’azione all’impresa etiopica. Lo
scrive lo stesso Winston Churchill (La Seconda Guerra
Mondiale, 1° Vol., pag. 209): <È accertato che
durante i loro negoziati Laval fece a Mussolini numerosi
accenni all’indifferenza della Francia nei
riguardi di qualsiasi evento che dovesse verificarsi in
Etiopia>. Ma c’è da aggiungere qualche altro
particolare: chiediamo al signor Cervi se conosce
Nicolaos Politis. Forse non lo ricorda, proveremo a
richiamarlo alla memoria. Dopo i fatti di Ual-Ual, il
Negus rifiutò di inoltrare le scuse e di riconoscere le
riparazioni richieste dal Governo italiano. L’indagine
sulle cause dei fatti di Ual-Ual furono affidati ad una
Commissione presieduta, appunto dall’esperto di diritto
internazionale Nicolaos Politis, il quale, il 3
settembre 1935 sentenziò che la responsabilità degli
scontri ricadeva sulle autorità abissine. Certamente il
signor Cervi non sarà d’accordo.
E
Sua Maestà il Re? Così Vittorio Emanuele III rispose al
suo Primo Ministro: <Ebbene: adesso proprio che gli
inglesi sono nel nostro mare e credono di averci
spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: “Duce,
vada avanti. Ci sono io alle sue spalle. Avanti, le
dico!>. E gli antifascisti’ Non ne parliamo. La
Giornata della Fede ne fa testo: Benedetto Croce,
Albertini, Orlando, Labriola tutti, senza tema di essere
smentiti, affermo: tutti. Addirittura i comunisti con il
loro appello ai “Fratelli in Camicia Nera”. E la
Chiesa? Il gesuita Antonio Messineo su Civiltà
Cattolica plaudì con due saggi intitolati:
L’annessione territoriale nella tradizione cattolica
e Necessità economica ed espansione territoriale.
Dato che il 1945 era ancora lontano, il Cardinale
Schuster richiamò, addirittura la volontà divina con
queste parole: <Cooperiamo con Dio in questa missione
nazionale e cattolica in bene, in questo momento in cui
sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo
la Croce di Cristo, spezza la catena degli schiavi,
spiana la strada ai missionari del Vangelo>.
E gli ebrei? Pure loro e più degli altri. Ecco cosa
scrisse Israel il 10 ottobre 1935, in occasione
del Kippur, quando i Rabbini invocarono il favore divino
in questi termini: <In quest’ora storica e su chi
regge i destini e sui valorosi soldati italiani>.
Tutti entusiasti, ma non Mario Cervi, Lui aveva capito
già tutto.
Grande fu lo scorno dei Paesi plutocratici i quali
speravano che l’avventura etiopica potesse rappresentare
anche la fine del fascismo e di Mussolini: l’Italia
concluse, invece, la guerra etiopica in una manciata di
mesi. Ma la profezia di Bernard Shaw doveva
concretizzarsi e un passaggio obbligato era la Spagna
con la sua guerra civile.
È
impossibile in poche pagine descrivere come si giunse a
quell’episodio. Ma questo servì per spingere sempre più
l’Italia di Mussolini dalla parte della Germania di
Hitler. Anche in questa vicenda un lettore attento
potrebbe intravedere quali sarebbero stati gli scenari
successivi. A fianco delle forze falangiste di Francisco
Franco si schierarono l’Italia e la Germania. Dall’altra
parte la Russia sovietica, la Gran Bretagna, la Francia,
gli Stati Uniti, cioè una situazione che solo
apparentemente potrebbe apparire anomala, ma tutto
seguiva una logica preordinata. Chiamiamo di nuovo
Rutilio Sermonti a testimonio (L’Italia nel XX Secolo):
<La risposta poteva essere una sola: perché esse
volevano un generale conflitto europeo, quale unica
risorsa per liberarsi della Germania – formidabile
concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia.
Questo è necessario comprendere se si aspira alla
realtà storica: soprattutto dell’Italia>.
Questo concetto di Sermonti è suffragato da un’indagine
condotta da Alessandro De Felice (nipote di Renzo De
Felice) che ha riportato nel suo ultimo volume una
intercettazione telefonica intercorsa fra Roosevelt e
Churchill il 28 luglio 1943 e decifrata dai Servizi
Segreti germanici; conversazione che riporteremo in uno
dei miei prossimi lavori.
In
questi anni e in quelli che seguiranno fu un susseguirsi
di operazioni tendenti, da tutte le parti, a giungere ad
un conflitto. Intanto la Germania era al Brennero,
Hitler si stava riprendendo quel che era stato tolto
alla Germania nel 1919 e spingeva Mussolini per
un’alleanza militare che non voleva, tanto che aveva
predisposto una gigantesca operazione di fortificazioni
lungo il Brennero, il Vallo Alpino del Littorio.
Però l’Italia rimaneva sempre più isolata in un contesto
europeo di cui facevano parte, da un lato la Francia, la
Gran Bretagna e gli stati Uniti, e dall’altro lo
strapotere militare della Germania.
Ma
ora una chicca circa la volontà tenace di
Mussolini di mangiare pane e guerra, una
chicca che forse neanche il signor Cervi conosce. Il
22 giugno 1936 Mussolini rilasciò un’intervista all’ex
ministro socialista francese Malvy, ribadendo la propria
disponibilità a collaborare con Francia e Inghilterra: <La
situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la
sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della
Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Io vi
devo dire che ho avuto con lui dei contatti, ma sin qui
mi sono riservato di decidere. Valuto perfettamente che
cosa accadrà. Innanzi tutto sarà l’Anschluss a breve
scadenza, poi sarà la volta della Cecoslovacchia, della
Polonia e delle ex colonie tedesche. Per dire tutto sarà
la guerra. E per questo ho evitato di impegnarmi. Vi ho
fatto venire perché informiate il vostro Governo della
situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente
l’atteggiamento del Governo francese nei confronti
dell’Italia fascista non si modificherà, se non mi darà
l’assicurazione di cui ho bisogno, l’Italia diventerà
alleata della Germania>. Questa testimonianza fu
riportata da E. Bonnefour nella Histoire politique de
la trisième Republique. Volete sapere se ci fu
risposta? No, nessuna!
A
fronte della persistente ostilità da parte delle
democrazie (chiamiamole così) anche di quella
oltre-oceano, come vedremo, per non rimanere isolata
l’Italia fascista fu costretta ad avvicinarsi sempre più
alla Germania nazionalsocialista. Perché questa politica
conflittuale? Certamente se lo si chiede al signor
Cervi, egli vi dirà che questa politica negativa non
l’ha mai vista. Allora vediamo alcune testimonianze
al di sopra di ogni sospetto. Winston Churchill
nelle sue memorie notò: <La salita di Hitler al
Cancellierato nel 1933 non destò entusiasmo a Roma. Il
nazismo veniva considerato come una cruda e brutale
versione del tema fascista (…)>. Ancora Winston
Churchill, 1° Volume, pag. 209: <Adesso che la
politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi
nell’altro campo, la Germania non era più sola>.
Circa con le stesse parole lo storico inglese George
Trevelyan (Storia d’Inghilterra, pag. 834): <E
l’Italia, che per la sua posizione geografica poteva
impedire i nostri contatti con l’Austria e coi Paesi
balcanici, fu gettata in braccio alla Germania (…)>.
L’intellettuale George Roux, nel 1957 (quindi in epoca
non sospetta) scrive: <Mussolini manda le sue
divisioni al Brennero, ma Francia e Gran Bretagna non
seguono il suo esempio e rimangono colpevolmente alla
finestra (…)>. L’opinione dello storico e
giornalista Paul Gentizon è stata riportata poco sopra.
Certamente chi scrive queste note non è davvero
all’altezza di giudizio del signor Cervi, ma ciò non
toglie che ha il diritto di esprimere delle opinioni,
anche se sono diametralmente contrarie all’editorialista
de Il Giornale. E il giudizio è questo:
similmente a quanto scrisse Rutilio Semonti, le
grandi democrazie volevano una guerra per abbattere
quelle idee che sorgevano nel continente europeo e che
si stavano estendendo in tutto il mondo, mettendo in
grave crisi il sistema economico-finanziario vigente. E
dato che i paesi democratici le guerre non le
dichiarano, era necessario provvedere ad una serie di
provocazioni. E così fu.
Fra
le altre angherie concepite nel 1919 col così detto
Trattato di Pace fu amputato una fetta del
territorio tedesco, e si inventò il corridoio di
Danzica, territorio nel quale il 95% della popolazione
era di lingua tedesca.
Per
rompere l’accerchiamento nel quale l’Italia era stata
posta, il 22 maggio 1939 l’Italia firma il così detto
Patto d’Acciaio. Per motivi di spazio risulta
impossibile riportare i ripetuti tentativi effettuati da
Mussolini per non far precipitare l’Europa in una
guerra. È in questo contesto che subentra la diabolica
volontà soprattutto dei Paesi democratici di
scatenare il conflitto con una serie di subdole manovre.
Il 31 marzo 1939 Francia e Inghilterra stipularono un
patto militare con la Polonia con il quale i primi
garantivano l’immediato appoggio militare al Paese
balcanico in caso di attacco. Questo accordo fu in
realtà una trappola per scatenare il conflitto, perché
la Polonia fu lasciata sola a fronteggiare prima
l’attacco della Germania e dopo pochi giorni anche
quello dell’Unione Sovietica; il sacrificio della
Polonia servì per giustificare l’entrata in guerra di
Francia e Gran Bretagna e, come vedremo, degli Stati
Uniti. Hitler avanzò delle proposte straordinariamente
moderate alla Polonia affinché gli concedesse un
passaggio attraverso il corridoio, ma il Governo
polacco, rassicurato da Francia, Gran Bretagna e Stati
Uniti, rigettò ogni proposta germanica. George N.
Crocker nel suo libro Lo Stalinista Roosevelt, a
pag. 4, scrive: <Poiché ci troviamo su dimensioni
fuori del comune, diremo che nessun popolo fu ingannato
così magistralmente, così preso in giro e beffato, come
il popolo americano dal Presidente Roosevelt e dalla sua
corte>. No, signor Cervi, nessun errore di battuta:
Crocker indica proprio Roosevelt e non Hitler o
Mussolini. Vediamo perché. Ecco il Rapporto
dell’ambasciatore polacco a Washington, conte Jerzy
Potocki, datato 16 gennaio 1939, inviato a Varsavia: Fra
l’altro si legge: <1) Un ravvicinamento della
politica estera sotto la direzione del Presidente
Roosevelt, il quale condanna drasticamente e
inequivocabilmente gli Stati totalitari (ricordiamo che
gli Usa erano ancora neutrali, nda). 2) I preparativi
della guerra da parte degli Stati Uniti, per mare, per
terra e nell’aria, che vengono spinti con ritmo
accelerato. 3) La risolutiva intenzione del Presidente
che Francia e Inghilterra pongano fine a qualunque
politica di compromesso con gli Stati totalitari. Non
devono entrare con essi in alcuna discussione, che possa
avere per scopo un qualunque spostamento territoriale.
4) Una garanzia morale che gli Stati Uniti
abbandoneranno la politica isolazionistica e saranno
pronti, in caso di una guerra, a intervenire attivamente
a fianco dell’Inghilterra e della Francia>. Lo
storico americano Thomas A. Bailey ha scritto: <Franklin
Roosevelt ha ingannato ripetutamente il popolo americano
durante il periodo precedente a Pearl Harbor (…)>.
Il Presidente americano per provocare ulteriormente gli
Stati totalitari ordinò alla Marina statunitense
di sparare a vista contro i sommergibili tedeschi e
italiani. Il Governo degli Stati Uniti, nonostante una
formale neutralità fornì un massiccio aiuto ai nemici
dell’Asse tramite il Lend Lease Act. Altri
eminenti storici americani Allan Nevins e Henry Steele
Comanger, hanno osservato: <Questa misura (il Lend
Lease Act) era chiaramente non neutrale, ma gli
Stati Uniti, dediti ora a sconfiggere la Germania, non
erano certi trattenuti dalle delicatezze del Diritto
Internazionale. Seguirono altri atti, ugualmente non
neutrali – il sequestro di imbarcazioni dell’Asse, il
congelamento dei fondi dell’Asse, il trasferimento di
carri armati all’Inghilterra, l’occupazione della
Groelandia e, a seguire, dell’Islanda e l’ordine di
sparare a vista a tutti sottomarini nemici>. Né va
dimenticata la consegna alla Gran Bretagna di cinquanta
cacciatorpediniere della Marina americana. <Il leader
tedesco rispose alle provocazioni palesemente illegali
del Governo americano, ordinando ai comandanti delle sue
navi di evitare scontri con le navi americane> (C.
Tansill, Back Door to War, pag. 606).
Il
già citato storico americano, George Crocker nel suo
libro a pag. 99, scrive: <(Roosevel) trasformò gli
Stati Uniti in una Nazione belligerante a tutti gli
effetti anche se non in forma ufficiale. Egli aveva
messo in atto una guerra senza dichiararla: lo stesso
Ammiraglio Stark ebbe a scrivere, in una lettera
privata, appena un mese prima di Pearl Harbor, queste
testuali parole: “Che il Paese lo sappia o no, siamo
in guerra>.
Ed
ora veniamo ai fatti che ancor più ci riguardano. Il 31
marzo 1940 Mussolini preparò un Piano strategico
(Promemoria 328) che sottopose a Vittorio
Emanuele III e a Badoglio; i destinatari trovarono il
memoriale di rigore geometrico. Sarebbe
interessante riportare nella sua pienezza tutta la
Promemoria 328, ma motivi di spazio lo vietano.
Tuttavia alcuni punti è bene proporli: <(…). Credere
che l’Italia possa rimanere estranea fino alla fine è
assurdo e impossibile. L’Italia non è accantonata in un
angolo dell’Europa come la Spagna, non è semi-asiatica
come la Russia, non è lontana dai teatri d’operazione
come il Giappone (…). Il problema non è quindi sapere se
l’Italia entrerà o non entrerà in guerra perché l’Italia
non potrà fare a meno di entrare in guerra, si tratta
soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare
il più possibile, compatibilmente con l’onore e la
dignità, la nostra entrata in guerra (…)>. Ebbe così
inizio quel breve periodo di non belligeranza,
nella speranza, almeno riteniamo, che avvenga un nuovo
miracolo di Verdin.
Il
diplomatico Pietro Gerbore, in una intervista
rilasciata, nell’aprile 1973, allo storico e critico
musicale Piero Buscaroli, disse: <C’è un documento
unico. Di rado, nella storia della diplomazia, una
decisione come quella del 10 giugno 1940 è illuminata da
un retroscena altrettanto minuzioso e coerente. Non è
sconosciuto, i pochi intenditori lo chiamano dal nome
del suo autore: Il Rapporto Pietromarchi>.
Ebbene il Rapporto Luca Pietromarchi – che il
signor Cervi nella Sua risposta liquida con una alzata
di spalle, non è uno, sono due. Il primo è datato 11
maggio 1940, il secondo 8 giugno dello stesso anno. Data
l’importanza dei documenti li inserimmo nella loro
completezza in un nostro volume. Si tratta di un elenco
minuzioso che descrive le provocazioni che subimmo ad
opera della Marina franco-britannica dalla fine del 1939
al maggio 1940. Il Capo dell’Ufficio Guerra Economica,
Pietromarchi nei due memoriali inviati al Capo del
Governo Benito Mussolini fornì l’elenco dettagliatissimo
di come la Marina franco-britannica fu artefice di 1327
casi di sequestro avvenuti in acque territoriali, quindi
contravvenendo ad ogni norma di Diritto internazionale,
di mercantili italiani e navi di linea. Dal Rex
la Marina inglese sequestrò, addirittura sacchi postali.
Ebbene, a guerra finita Luca Pietromarchi venne accusato
di essersi prestato a concepire documenti atti a
giustificare l’entrata in guerra dell’Italia; cioè fu
accusato di aver posto in rilievo gli atteggiamenti
sgradevoli e vessatori degli anglo-francesi. Fra l’altro
fu accusato di aver evidenziato <la materiale
impossibilità per l’Italia di continuare a tollerare un
tale stato di fatto>. Nell’impossibilità di provare
che i Rapporti potessero essere tacciati di
doppiezza, Luca Pietromarchi fu riammesso nella carriera
diplomatica.
Prima di concludere è bene ricordare che abbiamo messo
in evidenza le provocazioni subite dai Paesi
totalitari, omettendo quelle ben più pesanti e
gravi, messe in atto dai democratici a danno del
Giappone.
Ci
spiace arrecare un dolore al signor Mario Cervi, ma
terminiamo con un giudizio del già citato Paul Gentizon:
<Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma,
resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini>.
Invitiamo il signor Cervi a rivedere la Dottrina
Monroe; se ben ricordiamo del 1923, così potrà
spiegare ai suoi lettori i motivi delle centinaia di
guerre di aggressione scatenate dagli Stati Uniti in
ogni parte del mondo. E se il signor Cervi dovesse
sostenere, come sostiene, che gli Stati Uniti esportano
libertà e democrazia, allora risponderà per noi il
generale Wellington: <Signore, se lei crede a questo,
allora può credere a qualsiasi cosa>.
Chiudiamo con una
domanda che dovrebbe sorgere spontanea: se quanto sin
qui scritto corrispondesse a verità, perché a distanza
di tanti anni da quegli avvenimenti si continua
spudoratamente a mentire? La risposta potrebbe essere
una: perché le lobby che allora si adoperarono
per abbattere quelle idee sono ancora attente e
sorveglianti in quanto sanno che quelle idee sono
ancora oggi proponibili, e ciò metterebbe in pericolo
troppi interessi di chi tanto possiede.
Filippo Giannini