DI COSA VI
MERAVIGLIATE O “ITALIANI”…?
Le “guerre giuste” targate gangsterismo
americano
Alcuni
lettori ricorderanno che nel mio precedente articolo
“Caro Silvio, dai una frenata” ad un certo punto
scrissi: <Lo scorso anno andai per pochi giorni di
vacanza in Sicilia. Un giorno entrai in un negozio di
artigianato e mi intrattenni per alcuni minuti con il
proprietario, una persona colta, di “una certa età”.
Ebbene egli mi assicurò che quando sbarcarono gli anglo
americani in Sicilia – e questo me lo ha garantito – le
truppe di invasione erano precedute da drappelli, quasi
sicuramente siculo-americani, che innalzavano una
bandiera color oro, dove al centro era ben disegnato una
doppia “L”. Quel signore mi ha garantito che quel
simbolo indicava “Lucky Luciano”, un famoso
mafioso “vittima del Fascismo” fuggito in America
negli anni Venti-Trenta. Su questa testimonianza non
posso porre il sigillo dell’autenticità; ma è noto che
gli Usa utilizzarono la mafia americana per invadere la
Sicilia. In merito a questa testimonianza invito i
lettori a documentarmi se a conoscenza di particolari>.
Ebbene alcuni giorni fa un cortese lettore mi ha inviato
quanto qui di seguito riporto (Il titolo: “LO
SBARCO IN SICILIA NEL 1943 GLI USA E LA MAFIA”):
<Nei primi mesi di guerra i sommergibili tedeschi
affondarono nei pressi delle coste dell’Atlantico
cinquecento navi statunitensi; era ben chiaro che
venivano riforniti di viveri e di nafta da spie e
traditori; marina e controspionaggio si dimostrarono
impotenti. Il controspionaggio ebbe l’idea di ricorrere
ai servigi della mafia con la mediazione di Salvatore
Lucania (detto “Lucki Luciano”) che stava scontando una
condanna a quindici anni. I fratelli Camardos e Frank
Costello, con la loro organizzazione mafiosa, riuscirono
dove le strutture ufficiali avevano fallito: l’attività
filo-nazista fu stroncata.
Abrogati nel 1942 i “Decreti Mori”
parecchi mafiosi ritornarono in Sicilia, avviarono
contatti con gli “Alleati” che incominciarono ad
arruolare uomini d’origine siciliana. A mezzo dei
pescherecci, i mafiosi esercitarono lo spionaggio nel
Mediterraneo; poi fornirono notizie sulle infrastrutture
dell’isola, la dislocazione e la consistenza delle
truppe dell’Asse in Sicilia. Del resto perché gli
Alleati iniziarono l’invasione dell’Europa meridionale
dalla Sicilia, anziché dalla Sardegna o dalla Corsica,
dalle quali sarebbe stato agevole effettuare sbarchi in
Toscana, Liguria o Provenza?
La
tranquillità nelle retrovie delle truppe che sarebbero
sbarcate costituiva la preoccupazione principale dei
comandi alleati: fu scelta la Sicilia con la certezza di
poter contare, sull’appoggio della mafia. Fu
quest’ultima ad ospitare dal 1942 il colonnello Charles
Poletti, futuro governatore militare, e dall’aprile 1943
il colonnello britannico Hancok e un buon numeri di
infiltrati italo-americani. Dalla relazione conclusiva
della Commissione antimafia presentata alle Camere il 4
febbraio 1976: <Qualche tempo prima dello sbarco
angloamericano in Sicilia numerosi elementi
dell’esercito americano furono inviati nell’isola, per
prendere contatti con persone determinate e per
suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli
alleati. Una volta infatti che era stata decisa a
Casablanca l’occupazione della Sicilia, il Naval
Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la
Target section) incaricandola di raccogliere le
necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della
“preparazione psicologica” della Sicilia. Fu così
predisposta una fitta rete informativa, che stabilì
preziosi collegamenti con la Sicilia, e mandò nell’isola
un numero sempre maggiore di collaboratori e di
informatori. Ma l’episodio certo più importante è quello
che riguarda la parte avuta nella preparazione dello
sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della
malavita americana di origine siciliana.
Si comprende agevolmente, con queste premesse, quali
siano state le vie dell’infliltrazione alleata in
Sicilia prima dell’occupazione. Il gangster americano,
una volta accettata l’idea di collaborare con le
autorità governative, dovette prendere contato con i
grandi capimafia statunitensi di origine siciliana e
questi a loro volta si interessarono di mettere a punto
i necessari piano operativi, per far trovare un terreno
favorevole agli elementi dell’esercito americano che
sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per
preparare all’occupazione imminente le popolazioni
locali. “Luciano” venne graziato nel 1946 “per grandi
servizi resi agli States durante la guerra”. È un fatto
che quando il 10 luglio 1943 gli americani sbarcarono
sulla costa sud della Sicilia, raggiunsero Palermo in
soli sette giorni. Scrisse Michele Pantaleone: “… è
storicamente provato che prima e durante le operazioni
militari relative allo sbarco degli alleati in Sicilia,
la mafia, d’accordo con il gangsterismo americano,
s’adoperò per tenere sgombra la via da un mare
all’altro…”.
Ancora la Commissione antimafia: “La mafia rinascente
trovava in questa funzione, che le veniva assegnata
dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati
degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla
ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi
effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le
potenze occupanti”.
Scrisse Lamberto Mercuri: “Fu in quei mesi che la
mafia rinacque e non tardò ad affacciarsi alla luce del
sole: in realtà non era mai morta, né completamente
debellata: le lunghe ed energiche repressioni del
Prefetto Mori ne avevano sopito per lungo tempo ardore e
vigoria e fugato all’estero i capi più “rappresentativi”
e più spietati che avevano tuttavia mantenuto contatti e
legami con l’onorata società dell’isola”.
Nella confusione seguita all’invasione e alla caduta
del Fascismo, la mafia vide l’opportunità di
riorganizzare il vecchio potere, di insinuarsi nel vuoto
del nuovo, raccogliendo i frutti della collaborazione
con gli alleati. Molti suoi uomini noti ebbero cariche
importanti: per esempio, un mafioso celeberrimo, don
Calogero Vizzini, fu nominato da un tenente americano
sindaco di Villalba; nella cerimonia d’insediamento, fu
salutato da grida di “Viva la mafia!”. Vito Genovese,
benché ancora ricercato dalla polizia degli Stati Uniti
in rapporto a molti delitti, compreso l’omicidio,
divenne il braccio destro indigeno del governatore
Poletti, ma una banda ai suoi ordini rubava autocarri
militari nel porto di Napoli, li riempiva di farina e
zucchero, (pure sottratti agli alleati) che vendeva
nelle città vicine. Altri mafiosi, meno noti, divennero
interpreti o “uomini di fiducia”. L’atteggiamento del
Governo militare fu ispirato a criteri utilitaristici;
sta di fatto, però, che questa apertura verso gli “amici
degli amici” permise in breve alla mafia di
riorganizzarsi, di riacquistare l’antica, indiscussa
influenza. Aveva sempre cercato l’alleanza con il potere
(anche con quello fascista, agli inizi) ma per la prima
volta le veniva conferito un crisma di legalità e di
ufficialità che le consentiva d’identificarsi con il
potere. I “nuovi quadri” saldarono o ripresero solidi
legami con la malavita americana, indirizzandosi verso
il tipo di criminalità associata “industriale”
caratteristico del gangsterismo USA nel periodo tra le
due guerre. Nel numero di aprile di “Volontà” ho
riepilogato le vicende della lotta – vittoriosa –
condotta dal Fascismo contro la mafia. Il seguito della
vicenda dimostra come, grazie agli anglo-americani, la
seconda guerra mondiale rappresentò per la mafia
l’occasione d’oro per una rigogliosa rinascita, come i
fatti hanno dimostrato ampiamente>.
Mi
sono avvalso dello scritto del Signor Vincenzo Ballerino
per ricollegarmi al mio scritto precedente.
Un
altro amico lettore mi chiede se credo che Silvio
Berlusconi abbia qualcosa a che vedere con la mafia.
Caro amico – rispondo – dopo quanto ho poco sopra
ricordato, che importanza può avere se sia vero che
questo o quello abbiano qualcosa a che dividere con la
“criminalità organizzata”? La “liberazione”
ci ha gettato in una fossa malsana nella quale
sguazziamo tutti. E non vedo via d’uscita.
E
allora, o italiani, dopo essere stati “liberati”
a seguito di una vittoria del gangsterismo americano, Vi
sareste aspettati amministratori onesti e capaci? Scuole
funzionanti? Delinquenza domata? Una equa distribuzione
delle ricchezze? La libertà dallo straniero? Un
territorio sotto controllo? Città ordinate e pulite? Il
rispetto per il cittadino? Una sanità funzionante?
L’unità e la solidità delle famiglie? Il rispetto per il
crocifisso? Il rispetto degli orari di lavoro? Il
controllo dell’usura? La salute dell’infanzia? Una
Giustizia giusta?
Risponde Alessandro Mezzano con un recentissimo scritto,
che propongo: <Solo il Fascismo, con il pensiero di
Benito Mussolini, che fu senza dubbio alcuno, oltre che
l’unico vero rivoluzionario del XX° Secolo il suo più
grande statista, era riuscito a spazzare le ragnatele
della politica lanciando finalmente nuove idee, moderne,
originali e risolutive che ancora oggi sono di attualità
per la semplice ragione che sono in grado di risolvere
l’eterno conflitto tra ricchi e poveri, tra capitale e
lavoro, tra egoismi e solidarietà individuando la terza
via che, con la mediazione attiva del potere di uno
Stato etico, era riuscito a trasformare i conflitti in
sinergie e le differenze in complementarità nell’ambito
di una Nazione compatta e solidale! Tutta la
legislazione del ventennio, che culminò con l’apoteosi
della socializzazione che vide i lavoratori nei Consigli
di Amministrazione delle aziende, è stata una
ininterrotta marcia verso la realizzazione di quegli
ideali ed ancora oggi, l’intero impianto dello Stato
sociale italiano è retaggio del Fascismo>.
Ma
gli italiani (diciamo pure: gli “europei”), è
noto, sono intelligenti: hanno infatti assassinato
quell’uomo che tanto aveva osato, lo hanno impiccato per
i piedi, oltraggiato il cadavere, condannandolo, ancora
oggi, come “male assoluto”, e scodinzolano
fedeli e contenti nei confronti di coloro che hanno
portato cotanta liberazione.
Italiani (ed europei): intelligenti e furbi.
Filippo Giannini