GLI EBREI NEL VENTENNIO
FASCISTA
di Filippo Giannini
In
occasione della ricorrenza della “Giornata della
Memoria”, leggo su “Il Messaggero”: “Nasce
il museo dello Shoah nel cuore di Villa Torlonia”.
E’noto che Villa Torlonia fu, per un certo periodo, la
residenza di Benito Mussolini. Con questa iniziativa si
vuole rafforzare la tesi della responsabilità del Duce
circa le malefatte – reali, supposte o false che siano –
di Hitler.
Il
25 aprile 1945 Luigi Longo, uno dei massimi esponenti
del Pci e quindi del CLNAI (Comitato Italiano
Liberazione Alta Italia), nell’impartire disposizioni
per l’esecuzione della condanna a morte del Duce,
ordinò: <Lo si deve accoppare subito, in malo modo,
senza processo, senza teatralità, senza frasi storiche>.
A
distanza di oltre sessant’anni ancora si parla di questo
argomento. Perché?
Per
avere una visione più chiara su quell’Uomo, è necessario
partire dal “Trattato di Pace” del febbraio 1947.
Indicare questo Trattato come iniquo è
riduttivo. Ricordiamo quanto recita l’articolo 17
(Sezione I – Clausole Generali): <L’Italia, la quale,
in conformità dell’art. 30 della Convenzione di
Armistizio, ha preso misure per sciogliere le
organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in
territorio italiano, la rinascita di simili
organizzazioni>. E i politici italiani
succeduti dal 1945 ad oggi, si sono piegati
vergognosamente a questo diktat, inventando,
manipolando e storpiando la storia, non curandosi
minimamente, per giungere allo scopo prefisso, di
infangare la memoria di un morto che operò in modo
completamente difforme dalle accuse di cui è stato fatto
carico.
Una
qualsiasi persona di media intelligenza dovrebbe
chiedersi “cosa può interessare ad una grande
democrazia come quella americana, se ci sia o meno un
movimento fascista in Italia?”. La risposta la dette
proprio Mussolini in una delle sue ultime interviste:
“Le nostre idee hanno spaventato il mondo”; per
“il mondo” intendeva quello del grande capitale, la
plutocrazia, l’imperialismo liberista. E allora, ecco la
necessità delle grandi menzogne e delle mascalzonate.
“L’operazione demonizzazione del fascismo” è
sviluppata con diversi tentacoli. Leggiamo, sempre su
“Il Messaggero”: <A scuola. Lezioni, mostre e
percorsi virtuali nei campi di sterminio>. In
pratica “il sistema” fa dei nostri ragazzi degli
automi, il cui carburante è la menzogna.
Per
costruire il mostro (e i mostri) si è montata un’accusa
che riteniamo la più infamante e la più menzognera:
l’essere stato Mussolini un vessatore e il responsabile
della consegna degli ebrei ai tedeschi. I detrattori,
per rendere l’accusa più plausibile hanno coniato il
sostantivo “nazifascista”: termine dispregiativo
tendente ad accomunare in un’unica responsabilità
fascismo e nazismo per le atrocità commesse da quest’ultimo,
sempre che queste non siano frutto di una enorme
montatura, come molti studiosi sostengono.
Le
diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo
sono trascurabili per i detrattori, ma sono evidenziate
da diversi studiosi e, tra questi, citiamo Renzo De
Felice (“Intervista sul Fascismo”, pag. 88):
<Fra fascismo italiano e nazismo tedesco ci sono semmai
più punti di divergenza che di convergenza, più
differenze che somiglianze>.
Trattare l’argomento “fascismo – ebrei” è stato
(e lo è ancora) un cozzare contro un muro eretto
dall’antifascismo internazionale: muro costruito e
cementato da falsità che con la Storia non hanno nulla a
che vedere. Cerchiamo allora un varco che possa
dissipare le nebbie artatamente montate e avvicinarci a
qualche sprazzo di verità. Questo lavoro è dedicato,
quindi, a tutti gli Ebrei di cui ho la massima stima,
come d’altra parte l’aveva Benito Mussolini che ad una
domanda di Yvonne De Begnac, rispose: <Io
preminentemente contro gli ebrei? Ma se lo fossi stato,
avrei portato in Parlamento i Dino Philpsin, i Gino
Arias, i Guido Jung, i Riccardo Luzzati, i Gino Olivetti
(…)?>.
E
allora, facciamo un po’ di Storia. Documentata.
Il
29 aprile 1945, dopo la barbara e macabra esposizione
dei corpi appesi a Piazzale Loreto, a Charles Poletti
(plenipotenziario americano in Italia occupata) fu
detto: “La storia è fatta così. Alcuni devono non
solo morire, ma morire vergognosamente”. Così ancor
oggi, le accuse reiterate su “quel morto” sono le
più variegate e le più singolari e tutte poco convinte
e, ancor meno convincenti. Ma l’accusa più falsa e più
infamante, ripetiamo, e nello stesso tempo più
menzognera, è quella di essere stato un vessatore e il
responsabile della consegna degli ebrei ai tedeschi.
Lo
dobbiamo ricordare: anche se in Italia l’adesione al
fascismo da parte degli ebrei era pressoché totale,
l’ebraismo internazionale, invece, si era schierato
contro il Fascismo, sia nella guerra civile di Spagna
che nel decretare le sanzioni, per continuare poi negli
anni successivi. Mussolini impose per il problema
ebraico le leggi razziali (certamente odiose e inique),
ma con l’ordine “discriminare, non perseguire”.
Stabilito ciò, <il fascismo fece propria la dottrina
razziale più per opportunità politica – evitare una
difformità così stridente all’interno dell’Asse – che
per interna necessità della sua ideologia e della sua
vita politica> (De Felice, pag. 102). E nel
prosieguo vedremo le motivazioni.
All’orizzonte si stagliava, intanto, sempre più
minacciosa la figura di Adolf Hitler, bramoso (non
davvero a torto) di riscattare le terre strappate alla
Germania a seguito del cervellotico Trattato di
Versailles. E’ sufficiente leggere la storia di quel
decennio per ricavare la netta impressione che le
democrazie spinsero l’Italia fascista verso
un’alleanza con Hitler, alleanza non assolutamente
voluta da Mussolini.
Se
questo è vero e se è vero che la spina dorsale della
dottrina nazionalsocialista era il principio della
superiorità della razza ariana, anche biologica e,
l’antisemitismo, perché allora le leggi razziali del
1938? Nel contempo non possiamo dimenticare che nello
stesso momento nel quale Hitler salì al potere in
Germania, le lobby ebraiche internazionali
dichiararono guerra alla Germania nazionalsocialista.
Eppure sino a quel momento nessun attentato alla vita o
ai beni ebraici venne attuato. Le teorie hitleriane
sull’antisemitismo si fermavano ad una pura teoria
filosofica.
A
solo titolo di esempio proponiamo quanto scrisse a
settembre 1933 (attenzione alle date) il dottor Manfred
Reifer nella rivista ebraica Czernowitzer Allgermeine
Zeitung: <La Germania è il nostro nemico pubblico
numero uno. Ė nostra intenzione dichiararle guerra senza
pietà>. Oppure: il 24 marzo 1933 il Daily Express
scrisse nella prima pagina: <L’Ebraismo dichiara
guerra alla Germania: Ebrei di tutto il mondo unitevi.
Il popolo israelita del mondo intero dichiara guerra
economica finanziaria alla Germania. Il commerciante
ebreo lasci il suo commercio, il banchiere la sua banca,
il negoziante il suo negozio, il mendicante il suo
miserabile cappello allo scopo di unire le forze nella
guerra santa contro il popolo di Hitler>. Tutto
questo nel pieno della crisi economica che aveva
investito il mondo.
E’
ovvio e accettato che per dare un giudizio storico su un
certo avvenimento accaduto in un determinato periodo, è
necessario riportarci alla situazione politica di
“quel periodo” e, nel caso specifico alla situazione
politica internazionale degli anni ’30
“La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. 2°, pag. 209 di
Winston Churchill: <Adesso che la politica inglese
aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte,
la Germania non era più sola>. O anche lo storico
inglese George Trevelyan nella sua “Storia
d’Inghilterra”, pag. 834: <E l’Italia che per la
sua posizione geografica poteva impedire i nostri
contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu
gettata in braccio alla Germania>. Oppure la
denuncia del grande giornalista svizzero, Paul Gentizon:
<Solo Mussolini si levò non soltanto a parole ma a
fatti contro Hitler, il nazionalsocialismo, il
pangermanesimo. Se le democrazie occidentali lo avessero
ascoltato, il destino del mondo sarebbe stato ben
differente>.
Ed
ecco, allora, di nuovo, l’interpretazione, di Renzo De
Felice. <Una volta che Mussolini fu gettato
nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile
che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali”.
Anche lo studioso israeliano Meir Michaelis osserva:
“Non si trattava quindi di un problema interno, bensì di
un aspetto di politica estera>. E, più
specificatamente De Felice (“Intervista sul Fascismo”,
pagg. 101-102): <Il fascismo fece propria la
dottrina razziale più per opportunità politica – evitare
una difformità così stridente all’interno dell’Asse –
che per interna necessità della sua ideologia e della
sua vita politica>.
Se è
vero che trattare l’argomento “fascismo-ebrei” è
stato (e lo è tutt’ora) come accostare un fiammifero ad
una polveriera, ma questo solo per circoscritti motivi
di interessi, che non hanno nulla a che vedere con la
verità storica. La verità è che anche intorno a quei
drammi è stata costruita una cortina di falsità per i
motivi sopra indicati. Vediamo, allora, di cercare uno
spazio fra le nebbie, chiamando a testimoniare studiosi
e personaggi non davvero fascisti.
Un
attento storico dell’”Olocausto ebraico”
(oltretutto il termine “Olocausto” è improprio
nel caso specifico) Mondekay Poldiel, israelita, che
scrive: “L’Amministrazione fascista e quella
politica, quella militare e quella civile, si diedero da
fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in
modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”.
Sarebbe sufficiente questa attestazione di uno dei
massimi storici israeliani per chiudere l’argomento. Ma
dato che l’informazione non consente un libero
dibattito, ci vediamo costretti ad approfondire il tema.
Quelle certamente odiose leggi, furono concepite per
necessità politica e, proprio per questo applicate in
modo da arrecare il minor danno possibile. Per
approfondire l’argomento rimandiamo il lettore al mio
volume: “Uno schermo protettore – Mussolini, il
Fascismo e gli Ebrei” dove troverà ampissima
documentazione.
Continuiamo nella trattazione.
Nel
1934 in occasione dell’incontro con Weizmann, Mussolini
concesse tremila visti a tecnici e scienziati ebrei che
desideravano stabilirsi in Italia. Nel 1939 (l’Asse
Roma-Berlino era già in atto) vennero aperte delle
aziende di addestramento agricolo, le “haksharoth”
(tecniche poi trasferite in Israele) che entrarono in
funzione ad Ariano (Como), Alano (Belluno), Orciano e
Cavoli (Pisa). Così, sempre in quegli anni, nei locali
della Capitaneria di Porto, la scuola marinara di
Civitavecchia ospitava una cinquantina di allievi che
poi diverranno i futuri ufficiali della marina
israeliana.
Tutto ciò può essere un sufficiente esempio per
illustrare il criterio delle applicazioni delle
“Leggi Razziali” in Italia. Nel 1979, in occasione
della presentazione del film “Olocausto”, la
televisione francese “Antenne 2”, riunì un gruppo
di scampati dai “campi di sterminio”. Di questo
gruppo faceva parte Simon Veil, che se non esistesse uno
strano caso di omonimia, dovrebbe essere stata l’ex
Presidentessa del Parlamento europeo. Le domande
dell’intervistatore vertevano sul tema: “E’ vero che
in Francia nella zona di occupazione italiana non ci fu
alcuna persecuzione? E’ vero che sulla Costa Azzurra i
carabinieri italiani impedirono ai poliziotti francesi
l’arresto degli ebrei?” E la risposta fu unanime:
Sì, è proprio così, rispose per tutti la signora Veil.
<Era
la fine del 1939, quindi la Germania e l’Urss avevano
già invaso la Polonia e l’Italia era alleata del Terzo
Reich, e nasceva in Italia la Delasem (Delegazione
Assistenza Emigrati), un’organizzazione ebraica che
avrebbe salvato migliaia di israeliti profughi dai Paesi
dell’Est europeo e, in particolare dalla Germania e dai
territori che i nazisti andavano occupando. Il 1
dicembre 1940 Dante Almani (Rappresentante ufficiale
della Delasem) ebbe un colloquio
chiarificatore con il capo della polizia Bocchini>.
Così scrive Rosa Paini, ebrea, nel volume “I sentieri
della speranza, pag. 28”. E’ da tener presente che
Bocchini era l’unica persona alla quale Mussolini
concedeva ogni mattina udienza per essere relazionato
sui fatti giornalieri.
Mentre si svolgevano questi drammi, il Governo italiano
intensificò i suoi sforzi per salvare e assistere i
fuggitivi. In merito De Felice scrive (“Storia degli
Ebrei sotto il Fascismo”, pag. 404): <Già abbiamo
visto come in pratica il Ministero dell’Interno non
impedì mai l’afflusso in Italia degli ebrei stranieri in
cerca di salvezza (…). Egualmente fu respinta la
richiesta di estradizione avanzata da Berlino per alcuni
ebrei tedeschi rifugiati in Italia e accusati di
attività antinazista>.
Ancora Rosa Paini (pag. 111) riferisce: “Nella sua
visita di febbraio ’43 a Roma, Ribbentrop insistette per
tre giorni presso Mussolini per ottenere la consegna
degli ebrei jugoslavi; alla fine, dopo parecchio
tergiversare il duce accondiscese”.
A
questo punto si inserisce un fatto che illustra lo
“stile” con il quale è stato condotto lo studio
della storia in questo interminabile dopoguerra. Nel
gennaio 1998, il giornalista della televisione italiana,
Paolo Frajese, conduttore di un servizio sulla vita
degli ebrei nelle zone occupate dalle nostre truppe
durante l’ultimo conflitto, nel ricordare il “visto”
concesso da Mussolini alla richiesta di Ribbentrop,
commentando il fatto, con voce di rimprovero e di
condanna, disse: “Così il Duce dette l’ordine di
consegnare gli ebrei ai nazisti”. Il solerte Frajese
ha trascurato un particolare, ricordato da De Felice (e
altri studiosi onesti e seri) con queste parole: “Ma
subito dopo il Duce, parlando con il Generale Robotti,
confermò il suo disappunto: E’ stato a Roma per tre
giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro
Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli
ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poiché non si
decideva ad andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto
acconsentire (…). Ma voi inventate tutte le scuse che
volete per non consegnare neppure un ebreo”.
E
così fu: non fu mai consegnato un ebreo, sia esso
residente in Grecia, a Salonicco, in Jugoslavia, in
Francia, in Italia. Qualunque sia la storia stroppiata
scritta e ripetuta con la penna della “vulgata
resistenziale”, mai a un ebreo fu torto un capello:
esso era protetto, come ha scritto lo storico ebreo Lèon
Poliakov (“Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”,
pagg. 219-220): <Mentre, in generale, i Governi
filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che
fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica
di deportazioni, i capi del fascismo italiano
manifestarono in questo campo un atteggiamento ben
diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno
schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…).
Un aperto conflitto si determinò fra Roma e Berlino a
proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sui
luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane
annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei”.
Anche il dottor Salim Diamond, autore del libro
“Internment in Italy - 1940-1945”, ha scritto:
“Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia (…). Nel
campo controllato dai Carabinieri e dalle Camicie Nere,
gli ebrei stavano come a casa loro”. Il dottor
Diamond attesta che il Governo fascista concedeva otto
lire (al valore dell’epoca) al giorno agli internati i
quali potevano spenderle come desideravano.
Il
famoso docente dell’Università ebraica di Gerusalemme,
George L. Mosse, nel suo libro: “Il Razzismo in
Europa”, a pag. 245, fra l’altro scrive: <Come
abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a
enunciare il principio: discriminare non perseguire.
Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là,
INDUBBIAMENTE CON IL TACITO CONSENSO DI MUSSOLINI>.
Potrei continuare a lungo, ma non posso abusare più di
tanto dello spazio a me concesso. Però desidero porgere
alcune domande (che sicuramente non avranno risposta) al
signor Pacifici e alle signore Fiamma Nirestein e Tullia
Zevi:
1)
perché gli ebrei che fuggivano dalla Germania e
dalle zone occupate dai nazisti si rifugiavano in
Italia? Eppure, qui, erano in atto le “leggi
razziali”;
2)
perché, invece di cercare rifugio nell’Italia
fascista non si recarono in Gran Bretagna, o in Francia,
o negli Stati Uniti? Forse perché quelle frontiere erano
a quegli infelici sbarrate? Infatti Roosevelt fece
intervenire la Us Navy per impedire con la forza
l’approdo di un gruppo di ebrei fuggiaschi da Amburgo. E
che fine fecero quei disgraziati? Lo dice il giornalista
Franco Monaco (“Quando l’Italia era ITALIA”, pag.
175): “Quando fu vietato l’attracco a New York quei
fuggiaschi vennero accolti in Italia e poi dislocati in
varie zone della Francia, della Dalmazia e della Grecia”
(neanche a dirlo, vero?). Oppure perché no nella regina
delle Democrazie: in Gran Bretagna? Forse perché gli
inglesi, in Palestina fucilavano e impiccavano gli
ebrei? Oppure perché a Solina, nel Mar Nero il Console
britannico salì a bordo di una nave che trasportava un
gruppo di fuggitivi, informandoli che se non si fossero
immediatamente allontanati aveva l’ordine di prenderli a
cannonate?
3)
E qui “la cosa” assume l’aspetto fosco.
Scrive lo storico Robert Tucker (“The revolution from
above 1928-1941): “Non ho conosciuto mai la
violenza di un terrorismo di Stato pari a quello
verificatosi in Unione Sovietica; in quegli anni furono
fucilate milioni di persone dopo essere state torturate
alla Lubianka, o deportate nei campi di lavoro della
Siberia (…). Tra questi c’erano tutti gli ufficiali
ebrei”. Oppure quanto scrive Paolo Veltri (Stalin
e gli ebrei) il quale attesta che dal settembre 1939
al luglio successivo, in seguito alle annessioni
sovietiche, due milioni di ebrei dei tre Stati Baltici
passarono sotto l’Urss. Nella zona polacca occupata dai
sovietici, a partire dal febbraio 1940, la polizia Nkvd
di Beria arrestò e deportò circa mezzo milione di ebrei.
Molti morirono durante il viaggio. Queste operazioni
continuarono anche negli anni Quaranta. “Un’intera
generazione di sionisti ha trovato la morte nelle
prigioni sovietiche, nei campi, in esilio”. E ancora
– ma non ultimo – lo scrittore russo Arkady Vaksberg
nel suo libro “Stalin against the Jews” sostiene
“dopo accurate ricerche” che gli ebrei eliminati
da Stalin siano stati “presumibilmente cinque
milioni”. Sempre lo stesso autore afferma che,
esistendo l’alleanza Molotov-Ribbentrop, migliaia di
famiglie di ebrei che fuggivano dall’incalzante avanzata
delle truppe tedesche in Polonia, si rifugiarono nel
territorio occupato dall’Urss, ebbene Stalin le fece
restituire ai nazisti.
Credo che la domanda sorga spontanea. Voi lettori avete
mai notato le stesse denunce circa i massacri perpetrati
dai sovietici, la stessa enfasi forcaiola per quelle
commesse dai tedeschi?
Perché questa differenza?
Ma torniamo a Benito Mussolini. Se una colpa gli si
può adottare fu quella di aver salvato decine di
migliaia di ebrei.
Allora, fu una colpa? Se non lo fu, sollecito un atto
di giustizia: che similmente ad altri meritevoli, venga
innalzato a suo nome un monumento nella “Valle dei
Giusti” in Israele. D’altronde sarebbe in ottima
compagnia, perché in quel luogo vengono ricordati altri
fascisti che ebbero gli stessi meriti, fra questi voglio
ricordare: Guelfo Zamboni (console italiano a
Salonicco); Giovanni Palatucci (Questore di Fiume
durante la Rsi, deportato e ucciso in un lager perché
accusato della salvezza degli ebrei); Giorgio Perlasca
(che operò a Budapest nel salvataggio di circa
cinquemila ebrei).
Perché tanto rancore contro Benito Mussolini? Provo a
dare una risposta sempre avvalendomi di personaggi
“al di sopra di ogni sospetto”. Il 13 ottobre 1937
Bernhard Shaw in una intervista concessa al
“Manchester Guardian”, fra l’altro disse: “Le
cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi
ad un serio conflitto con il capitalismo”.
Cosa aveva fatto Mussolini di tanto grave?
Prova a spiegarlo Zeev Sternhell, professore di
Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme,
col saggio “La terza via Fascista”, nel quale fra
le tante e varie considerazioni attesta: <Il
Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale,
culturale che riuscì a trovare soluzioni
originali ad alcune grandi questioni, che dominavano i
primi anni del secolo (…). Il corporativismo riuscì a
dare la sensazione a larghi strati della popolazione che
la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle
possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto
e di partecipazione>. E da qui giungere alla
“Socializzazione dello Stato” il passo sarebbe
stato breve. Immaginatevi il danno che un’idea del
genere avrebbe arrecato ai “reggitori delle chiavi
delle casseforti mondiali”.
E allora guerra. E per non far rivivere quell’idea,
ancora oggi attuabile, si carichi su quell’uomo e sul
suo regime ogni infamia possibile.
D’altronde la cosa non riuscì difficile… l’importante
è avere a disposizione l’informazione; ed il gioco è
fatto!
Tutto ciò – e tanto altro ancora – può essere un esempio
sufficiente per illustrare il criterio delle
applicazioni delle “Leggi Razziali” in Italia.
Quanto sin qui scritto è solo l’inizio della lunga
storia che riguarda i rapporti fra il fascismo e gli
ebrei. La documentazione più completa, ripetiamo, è
contenuta in un mio libro che tratta appunto
l’argomento, ma desidero porre alcune domande ai
detrattori, ai dispensatori di ingiurie maramaldesche,
scagliate un po’ per ignoranza e molto per un bieco,
ignobile, servile tornaconto, contro un Uomo che tutto
il mondo ci invidiava:
1)
perché non spiegare alle scolaresche e ai
telespettatori cos’era la DELASEM? Da chi fu
autorizzata? che funzioni svolgeva? E, soprattutto, in
quali anni operò?
2)
Perché gli ebrei tedeschi, austriaci e quelli che
vivevano nei Paesi occupati dalle truppe germaniche si
rifugiavano nell’Italia fascista? E pur, sapendo bene
che nell’Italia fascista vigevano le leggi razziali?
3)
Perché quegli stessi ebrei non chiedevano asilo
ai “Paesi democratici” o, meglio ancora, al
“paradiso sovietico”.
4)
Perché non ricordare quanto hanno scritto su
questo argomento storici ebrei come Mondekay Poldiel,
Rosa Paini, George L. Mosse, Menachem Shelah, Emil
Ludwig? E questo è solo un frammento di quanto c’è da
raccontare e da scrivere.
5)
Perché non parlare di personalità ebraiche come
Ludwig Gumplowicz, Cesare Goldman, Duilio Sinigaglia,
Aldo Finzi, Dante Almasi, Guido Jung, Margherita
Salfatti e mille altri ancora?
6)
Perché non ricordare gli ordini che dette
Mussolini al generale Robotti dopo la visita di
Ribbentrop?
7)
Perché non far presente quando e in quale
occasione i tedeschi misero le mani su tanti infelici
sino a quel giorno al sicuro dietro lo “scudo
protettore” italiano?
8)
Quindi, e di conseguenza, sarebbe fuori luogo
asserire che gli ebrei furono consegnati alle camere a
gas (sempre che siano esistite realmente) dal primo
governo antifascista? Cioè da Badoglio?
9)
Ma un altro “perché” è doveroso porlo,
anche se è drammatico e frustrante: perché dei
discendenti del Duce (a parte Donna Rachele) mai nessuno
si erse, o si erge a difenderne la memoria? Eppure le
possibilità non sono mancate.
Per concludere: quell’Uomo merita davvero
quanto questo infido sistema politico, per sopravvivere
a se stesso fa, per infangarne la memoria?